18 settembre 2014

La Scozia alla prova del referendum

Il principale alleato di David Cameron è l'ex premier britannico Gordon Brown. E non solo nelle ultime ore perché Brown, nei fatti, è un convinto unionista da sempre, tanto da pubblicare in estate un libro dal titolo inequivocabile: La mia Scozia, la nostra Gran Bretagna. Nel suo discorso alla vigilia del voto Gordon Brown ha messo in guardia i concittadini dai pericoli dell'eventuale sì all'indipendenza.
Alle urne per il referendum sono chiamati 4,1 milioni di scozzesi e l'Europa guarda con apprensione all'esito del voto. I mercati scalpitano e l'Ocse ha pochi giorni fa annoverato i propositi separatisti scozzesi tra le cause della sfiducia e della mancata crescita mondiale nell'ultimo periodo. L'esempio scozzese è un unicum. Si dia il caso che a vincere è l'ala separatista. Ebbene, per la prima volta, si tratterebbe di una separazione democratica e storica, per certi versi. Sulle pagine del Guardian è stata pubblicata un'infografica che mostra le recenti separazioni (molte delle quali avvenute nel continente africano), derivate tuttavia – sebbene per via referendaria – da guerre o comunque eventi drammatici. Per restare in Europa si pensi al referendum che sancì la dissoluzione della Federazione iugoslava nei primi anni '90. Certo, il paragone con il passato non è sufficiente ad assicurare un futuro roseo a Edimburgo, ma intanto è un presupposto positivo.
Le principali preoccupazioni provengono infatti dall'economia. Alex Salmond, premier scozzese e promotore della campagna referendaria, si è sempre detto convinto della possibilità che la Scozia possa trarre profitto dall'indipendenza. A cominciare dalla gestione dei ricavi provenienti dal petrolio del Mare del Nord e del fisco (ad oggi il gettito fiscale della Scozia rappresenta circa il 9% di quello del Regno Unito). Dalla produzione di petrolio e gas, sono convinti i sostenitori dell'indipendenza, la Scozia dovrebbe ottenere il 94% del gettito fiscale generato (allo stato il 96% della produzione petrolifera britannica comprende le acque territoriali scozzesi).
Continuiamo a dare per buona l'ipotesi separazione. Cosa accadrebbe? Intanto che la Scozia per raggiungere lo status acquisito dovrà attendere il 2016, in particolare il mese di maggio quando sono già in programma le elezioni del Parlamento. Mentre più complessa è l'adesione all'Ue e alla Nato che non sono da ritenersi automatiche come ha fatto credere fin qui la retorica separatista.
Si dia ora il caso che prevalga il no (le ipotesi sono da contemplare tutte, visto l'equilibrio di entrembe le posizioni nei sondaggi). Cambierebbe poco, a quel punto. Ma non pochissimo. Londra si è pronunciata a favore di una rinegoziazione con Edimburgo rispetto alla condivisione del processo decisionale e una maggiore concessione di poteri al Parlamento scozzese.

(anche su T-Mag)