19 settembre 2014

La Scozia dice no, il Regno resta Unito

Alla fine Alex Salmond può sorridere. Perché in fondo la sua è una sconfitta a metà. I “no”, cioè i contrari ai propositi indipendentisti scozzesi, sono stati oltre il 55% degli elettori (affluenza record, hanno votato al referendum l'88% degli aventi diritto), dunque la Scozia resta nel Regno Unito. Ma quello che si va configurando è uno Stato sempre più federalista. David Cameron, risollevato dopo i timori di una separazione paventata dagli ultimi sondaggi, ha garantito una proposta di devolution entro gennaio 2015. Che tradotto in altri termini significa maggiore autonomia fiscale (c'è in ballo il petrolio del Mare del Nord, di cui abbiamo scritto più volte su queste pagine) e minori intereferenze sulle questione locali, soprattutto in ambito sanitario. A Glasgow, città tradizionalmente astensionista, ha votato il 75% mentre nella capitale Edimburgo il voto degli unionisti ha superato il 60%. Più in generale il “sì” si è fermato a 59.390 voti su 143.664, mentre il “no” ha ottenuto 84.094 voti. “Siamo più uniti di prima, ora lavoreremo insieme per la devolution”, ha assicurato il premier britannico Cameron. “Accettiamo democraticamente la sconfitta: la Scozia non sarà un Paese indipendente. Però questa partecipazione ha costituito un trionfo. Ora però obbiamo andare avanti uniti, ha invece ammesso Salmond. Quella scozzese è stata comunque una bella pagina di democrazia, e non solo perché un'eventuale separazione sarebbe avvenuta in via del tutto pacifica e non a seguito di eventi drammatici, ma perché il dibattito non è stato mai sopra le righe. Favoreli e contrari hanno spiegato le loro ragioni e i cittadini hanno preso la loro decisione. Messa in questo modo un grande insegnamento per l'Europa.

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