7 ottobre 2014

Il clima di fiducia e il lavoro

L'Italia ha bisogno di un clima di fiducia. Da quanto se ne sa, con queste parole il premier Matteo Renzi si è rivolto ai sindacati nell'incontro di martedì mattina a Palazzo Chigi per discutere del Jobs Act. E a pensarci bene, tralasciando per un momento il merito del provvedimento, tutti i torti non li ha. Bastano poche cifre per comprenderlo. L'ultimo rapporto trimestrale della Commissione europea su occupazione e situazione sociale spiega che “l’Italia è il Paese con il più alto numero di lavoratori scoraggiati d’Europa, 12,8% nei primi tre mesi del 2014 (+1% rispetto al primo trimestre 2013), e con il tasso di attività più basso”. E inoltre, ma questo lo sapevamo già, “la disoccupazione giovanile e quella a lungo termine salgono più che nel resto d’Europa e dove le entrate delle famiglie continuano a calare”. Per Spagna e Polonia lo scenario appare abbastanza simile al nostro, mentre in Germania e nel Regno Unito le entrate delle famiglie continuano ad aumentare. Il clima di fiducia cui auspica il presidente del Consiglio passa inevitabilmente per il lavoro e per tutto ciò che gli ruota intorno (salari, redditi, consumi...). Gli studi pubblicati di recente, d'altro canto, hanno ogni volta tracciato uno scenario a dir poco negativo sul fronte occupazionale, dalla Confindustria – “perse centomila imprese e un milione di posti di lavoro” – a Confartigianato – tra aprile 2008 e marzo 2014 il nostro paese ha perso 1.201.500 occupati, pari a 556 posti di lavoro in meno al giorno –, fino all'ultimo rapporto della Cisl secondo cui “ogni mese più di 10 mila persone rischiano il posto”. Nei settori dell'agricoltura e dell'industria le perdite più consistenti dal 2003 al 2013 (dati Istat). Nel primo caso (agricoltura) si è passati infatti dal 4,3% al 3,6% e nel secondo (industria) la quota scende dal 30,7 al 27,3% (stando alle cifre della Cisl l'industria manifatturiera e le costruzioni hanno subito complessivamente circa l'89% della diminuzione totale degli occupati). In controtendenza il settore dei servizi dove in un decennio a percentuale degli occupati ha compiuto il balzo dal 65% al 69,1%. Tra le misure che il governo dovrà prendere in considerazione, molto riguarda la qualità del lavoro non solo in termini di tutele e garanzie, ma anche di opportunità. Perché la ripartizione geografica del lavoro dà il senso di un diverso clima di fiducia che varia da regione a regione. Se al Nord e al Centro – rispettivamente al 64,2 e al 59,9% – il tasso di occupazione risulta sopra la media nazionale (55,6), al Mezzogiorno la situazione è decisamente più drastica e al di sotto, non di poco, del totale (42%). A questo si aggiunga la difficile conciliazione dei tempi di lavoro e di vita (condizione che riguarda soprattutto le donne), la mancata partecipazione (indicatore che allarga la platea dei disoccupati agli inattivi il cui tasso stando al BES 2014 è di sette punti superiore al dato europeo), il numero crescente dei NEET e si avrà una visione di insieme più comprensibile della gravità della situazione. Ecco perché il clima di fiducia passa sì per il lavoro, ma non esclusivamente per le regole del lavoro.

(anche su T-Mag)