27 ottobre 2014

Intervista a Mr. Phil

Dici Mr. Phil e dici una larga fetta di hip hop dell’ultimo decennio. Uno che non ha bisogno di presentazioni, vista la mole di cose che ha fatto dal 2004 (e anche prima) ad oggi: dischi, mixtape, collaborazioni tra le più prestigiose (da Bassi Maestro a Dj Double S, dai Colle Der Fomento a Primo, da Ghemon a Ensi, fino ad arrivare a Baby K). Eppure nelle parole che Mr. Phil concede a Supreme Radio si nasconde il punto di vista di un produttore consapevole, spesso suo malgrado, delle difficoltà di un settore che necessita di rinnovarsi. Che non sa riconoscere il giusto contributo al successo, alla qualità, all’eccellenza. Phil, che di gavetta ne ha alle spalle, che è cresciuto a pane e hip hop, guarda avanti. A dicembre uscirà il suo ultimo lavoro, che dalle anticipazioni – il singolo che dà il titolo all’album vede la partecipazione di Danno, Il Turco, Marciano e Primo – promette fulmini e saette. Non ce ne sarà per nessuno. Niente X Nessuno.

È in arrivo il tuo nuovo disco, NXN. Roba forte al cui interno partecipano artisti di primissimo piano del rap romano e nazionale. Collaborazioni di un certo livello sono un valore aggiunto alle tue produzioni, quanto è importante lavorare con gente di questo calibro?
Chiaramente lavorare con MC che sono delle leggende è sempre un grandissimo onore oltre che un privilegio e una fortuna enorme. In questo caso specifico stiamo parlando di alcuni fra i miei miti personali, MC con la cui musica sono cresciuto, e quindi trovarmi oggi in una posizione dove mi posso ritenere un loro collaboratore ed amico è uno degli stimoli più forti che ho come produttore. Da beatmaker mi interessa lavorare con chi ha talento, con chi la pensa come me e con chi mi trovo bene a livello personale, per questo tendo a circondarmi artisticamente delle stesse persone che frequento al di fuori dallo studio. La musica è una parte molto importante della mia vita e se uno è 'famoso' o meno mi interessa molto poco. Mi interessa fare la musica che amo con le persone che amo.

In Poteri forti erano chiari i riferimenti, in termini sociali, alla politica, al nostro paese, alla gente, alla vita di tutti i giorni. Quale sarà il tema che accompagnerà Niente X Nessuno? Puoi svelarci qualcosa in questo senso?
Il tema di NXN mi è venuto in modo molto spontaneo e naturale. Essere un trentenne in Italia in questo momento storico è molto difficile. Ci rendiamo conto che non siamo più ragazzini, e iniziamo a farci domande sul nostro futuro. Non solo a livello musicale, ma proprio a livello di vita quotidiana. Tanti di noi hanno la fortuna di riuscire a campare, appena, con quella che è la nostra passione, ma siamo anche consapevoli che i conti non tornano, e che prima o poi bisognerà affrontare delle domande molto difficili. Domande che spesso non trovano risposte oppure generano solo moltissima angoscia, perché il paese è in mano a una casta politica che ha solo arroganza e nessuna idea o soluzione. Queste preoccupazioni, bene o male, ci riguardano tutti.

Qual è a tuo avviso lo stato dell’arte dell’hip hop in Italia? Ritieni l’hip hop, la musica, il rap, ancora capaci di parlare dei problemi della gente nel modo genuino che nell’era pre-talent show li caratterizzava? Trovi differenze sostanziali, oggi, rispetto ad alcuni anni fa? Oggi l'hip hop è diventato un fenomeno di massa. Gli artisti discografici più popolari nel mainstream sono quasi tutti “hip hop”. A differenza di molti io penso che questa esplosione di popolarità può portare solo bene. Certo, personalmente certe cose possono piacermi o meno, certi artisti costruiti a tavolino che di hip hop non sanno nulla e che pretendono di insegnare a me cosa sia e come si fa possono darmi molto fastidio, ma in generale è una grande fortuna per tutti che ci sia stata questa esplosione di popolarità. Per ogni 100 ragazzini che si avvicinano al rap tramite il mainstream, ce ne saranno 10 che si incuriosiscono e vorranno capirne di più, piano piano avvicinandosi e affinando i propri gusti musicali, arrivando a scoprire una scena 'underground'. Del resto è stato così quasi per tutti noi. Io il primo rap italiano che ascoltavo era quello di Jovanotti, degli Articolo 31… poi da lì Frankie Hi NRG MC, e sono arrivato agli OTR. Vorrei anche dire che io non capisco questi che si incazzano come delle iene facendo i puristi come se la verità ce l'avessero in mano solo loro. A me di quello che fa un Fedez o un Emis Killa non me ne frega nulla, ha la stessa influenza su di me di un’artista come la Pausini, ognuno facesse come cazzo gli pare, se la tua musica piace bene, se non piace pazienza. Alla fine io faccio musica per me. Ognuno ha il diritto di avere i propri gusti e le proprie opinioni. Per quanto riguarda i talent show li odio tutti. Un artista si forma su un palco. La popolarità va guadagnata live dopo live, progetto dopo progetto con sudore e impegno senza pensare a ricompense o fama.


La sensazione è che in Italia, a differenza di quanto avviene negli Stati Uniti, si dia troppa importanza al rapper, a chi mette la voce insomma, e troppo poca al beatmaker. In America uno Statik Selektah – tanto per non scomodare i mostri sacri alla Dj Premier – gode di uno status che ai produttori di casa nostra la metà basterebbe. È corretto metterla in questo modo secondo te? Qual è a tuo avviso la considerazione che il sistema – pubblico, media, addetti ai lavori – nutre nei confronti dei beatmaker italiani?
Non credo sia una valutazione molto corretta questa. La differenza principale è la grandezza del mercato. In America un produttore “underground” di successo riesce a campare un po’ meglio perché se qui uno nella stessa posizione vende mille copie di un disco, il suo sosia in America ne vende 10 mila. Stesso discorso per gli artisti mainstream, JAY Z vende un milione di cd nella prima settimana di vendita; i Dogo 40 mila. La differenza per uno come me è che se vendi mille copie non copri neanche le spese di produzione del disco, se ne vendi 10 mila oltre che a coprire le spese magari mi pagavo l'affitto per l'anno, una macchina usata e avevo soldi da investire sul nuovo progetto. Questo è il problema numero uno per molti di noi, che da una parte facciamo musica per passione e quindi sti cazzi di quanto vendiamo, ma poi giustamente ci rode il culo perché capiamo che un seguito ce l’abbiamo veramente, che alle nostre serate facciamo centinaia di paganti, che i pezzi vengono visti da migliaia e migliaia di persone. E nonostante tutto alla fine non c’è un riscontro economico, e ci rendiamo conto che dobbiamo fare i conti con come cazzo tirare avanti. Giusto per dare un’idea, io che sono un beatmaker di un genere di nicchia, con il singolo 1vs1 ho fatto circa 400 mila visualizzazioni su YouTube. Quindi il pezzo piace, un pubblico ce l'ho. Sai su iTunes quante persone hanno comprato quel pezzo? Meno di cento. Io da iTunes ho guadagnato per quel pezzo €0.40 a vendita. Ho guadagnato €40 per un pezzo che sarà stato scaricato centinaia di migliaia di volte illegalmente. Avrò il diritto di essere un po’ frustrato pe' ‘sta cosa? (lo dice sorridendo, eh) Per quanto riguarda la figura del beatmaker penso che sia ora che smettiamo di farci mettere i piedi in testa. La colpa è solo nostra, e tocca imparare a iniziare a farsi rispettare di più.


Da dove trai ispirazione per la tua musica?
Da quello che ascolto, da un sample che trovo su un vinile, da un artista che mi piace, da un produttore che stimo, da grandi beatmaker che hanno forgiato la mia cultura musicale, dal discorso di un amico. L'ispirazione per fortuna la trovo sempre.


Da esperto in materia quale sei, sarei troppo curioso di conoscere il tuo giudizio su questa “deriva” elettronica – molto americana, a dire il vero – al servizio del rap…
Ovviamente la musica cambia e si evolve. In certi casi i gusti cambiano, in certi casi sono obbligati a cambiare. In America ci sono leggi molto severe. Se usi dei campioni senza dichiararli rischi grosso, e quindi dopo varie battaglie legali e multe salatissime le etichette hanno pochissima voglia di pagare per l'utilizzo di sample se non sei un artista che riscuote un notevole ritorno economico. Per questo la cultura nella musica rap è viva e vegeta solo nella musica più underground, dove il rischio di essere “beccato” è molto minore. Io sono cresciuto ascoltando Marley Marl, Pete Rock, Premier e Lord Finesse, amo produrre in quel modo e continuerò a farlo finché produco.


Quali sono i tuoi artisti rap preferiti, sia in Italia che all’estero? E tra i tuoi colleghi produttori chi scegli?
Tutto il giro Dilated, quindi Evidence, Alchemist, Muggs, poi Mobb Deep insieme e da solisti, qualsiasi cosa di Premier, tutto il giro di Statik Selektah, Termanology, Reks… In Italia stimo molto produttori come Shocca, Big Joe, Sine, Arne, Ice One...


Di notte la tua è la vita del dj. Quali emozioni ti dà suonare nei club o nei luoghi di ritrovo per i cultori del genere? E quali stimoli, soprattutto, dopo tanti anni alle prese con questa professione?
Adoro fare il dj. Adoro suonare, ma mi rendo conto che la musica sta cambiando come anche i gusti, quindi so che prima o poi dovrò fare spazio ai più giovani che hanno la fame che avevo io dieci anni fa, e che hanno gusti musicali più vicini a quello che esce nel mainstream oggi. Invece nelle serate di rap italiano e di rap più hardcore dove posso suonare musica che ancora mi fomenta e che mi lascia con il sorriso... Non mi toglierete mai dalla consolle! Cazzi vostri… (anche qui, sorride)


Lasciarci così è un peccato, però. Facciamo che bissiamo l’intervista non appena Niente X Nessuno sarà uscito? Sempre a disposizione. Grazie e a molto presto.

(anche su Supreme Radio)