26 novembre 2014

Ferguson ed il diritto di giustizia

Motivando la richiesta di prescrizione per il reato di disastro ambientale doloso (che di fatto ha poi cancellato la condanna a 18 anni al magnate svizzero Stephan Schmidheiny nel processo Eternit), il sostituto procuratore della Cassazione, Francesco Iacoviello, osservava “che il giudice tra diritto e giustizia deve sempre scegliere il diritto”.
Potremmo partire da qui, anche se questa vicenda – che ha alzato un bel polverone in Italia, tra la rabbia dei familiari delle vittime e lo sgomento dell’opinione pubblica – ha poco a che vedere con la decisione del Gran Giurì di non incriminare Darren Wilson, il poliziotto che il 9 agosto ha ucciso il diciottenne Michael Brown a Ferguson, nel Missouri. Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti, pur riconoscendo un problema di fondo, molto americano, ha invitato i cittadini alla calma e a rispettare la sentenza. Non avrebbe potuto dire altrimenti, forse, ma l’assioma è sempre il medesimo: le sentenze non si discutono.
In realtà tanti cittadini statunitensi, non solo afroamericani, da Ferguson a New York, passando per Los Angeles, la decisione del gran giurì l’hanno discussa, eccome. Non si può biasimare una comunità di persone che, nonostante i progressi in materia, ancora vive troppo spesso in condizioni difficili, in sobborghi che oggi, complice anche la crisi, ricordano le terre di conquista di passata memoria. Ferguson, come tante altre parti d’America, è una città nera amministrata da bianchi. E il gran giurì – composto da nove giurati bianchi e tre afroamericani – non ha ravvisato sufficienti indizi di colpevolezza ai danni di Wilson. Le proteste scoppiate quasi istantaneamente, e mai davvero interrotte da quando cominciarono ad agosto, sono l’immagine riflessa del malcontento. Non tutti nascono Michael Jordan, anche se la diversità razziale in America è questione tanto più delicata di quanto possiamo immaginare dall’altra parte dell’Oceano. La percezione diffusa richiama alle volte temi che ci illudiamo essere dimenticati. Sopraffazione, abusi di potere, violenza. Dopo l’omicidio Brown, il cantante R&B John Legend sintetizzava la collera corale in un tweet, commentando un’uscita infelice dei rappresentanti della polizia sulle manifestazioni e sugli atti vandalici di quelle ore: “Chiamandoci ‘animali’ usa il linguaggio che giustificò la schiavitù. Disumanizzazione e razzismo vanno di pari passo”. Un argomento ricorrente nella cultura nera statunitense. KRS-One, ambasciatore dell’hip hop nel mondo, nel 1993 osservava che non vi era differenza tra i sorveglianti delle piantagioni di fine ‘800 e gli agenti in giro per le strade del ghetto (Sound Of Da Police), entrambi – a distanza di epoche – con la facoltà di sparare a chi oppone resistenza. Non è semplice persuadere queste persone che le sentenze siano da rispettare sempre, neanche se a farlo è il presidente in persona. Quello di Michael Brown non è stato nemmeno un caso isolato in quei giorni. Prima di lui, a New York, un uomo di 43 anni che soffriva d’asma, Eric Garner, moriva soffocato durante l’arresto per vendita di sigarette di contrabbando. Dopo Brown, di nuovo nei pressi di St. Louis, un secondo ragazzo afroamericano di 25 anni, Kajieme Powell, veniva ucciso dalla polizia a colpi di arma da fuoco. Di recente un 28enne ha fatto la stessa brutta fine in un palazzo di Brooklyn a causa dell’avventatezza di un agente evidentemente poco lucido. E infine un ragazzino di 12 anni, stavolta a Cleveland, la cui unica colpa era stata avere con sé una pistola giocattolo.
 Della differenza tra diritto e giustizia, si diceva all’inizio. Volendo anche di Locke, Kant e dei diritti naturali dell’individuo da ritenere “giusti” per principio. O giustizia un po’ come l’intendeva la stessa comunità afroamericana l’indomani dell’assoluzione di George Zimmerman, il vigilante volontario di quartiere che il 26 febbraio del 2012 uccise il giovane Trayvon Martin, a Sanford, Florida. Una decisione, quella del tribunale chiamato a giudicare Zimmerman, figlia non del pregiudizio razziale, bensì della legge Stand Your Ground del 2005 per cui in Florida il solo sospetto consente alla presunta vittima di impugnare un’arma a scopo di difesa. Quando un anno fa è stato eletto sindaco di New York, e per tutto il periodo della campagna elettorale, Bill de Blasio aveva individuato nell’abolizione dello Stop And Frisk uno dei principali argomenti da affrontare. Stop And Frisk è una delle tante norme varate dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e comprende un metodo di sorveglianza adottato dalla polizia newyorchese autorizzata a fermare possibili sospetti, in particolare afroamericani e ispanici. Ovviamente la norma non dichiara affatto che vadano fermati soprattutto afroamericani e ispanici, ma il pregiudizio deve avere condizionato più volte – in questo frangente, sì – il lavoro degli agenti.
 Diritto e giustizia spesso sono in contrasto, e anzi si mescolano in un circolo vizioso che ostacola la distinzione di ciò che è corretto da ciò che è sbagliato. Ma di sicuro sbaglieremmo, noi, se guardassimo ai fatti di Ferguson come a dei tumulti lontanti e non ad una realtà che pure abbiamo conosciuto nel corso della storia anche recente. Perché di vicende strane, di casi Eternit, Cucchi o Brown, è pieno il mondo.

(anche su Tatami)