19 novembre 2014

Per capire Tor Sapienza vi raccontiamo del Missouri

Prima dello scoppio della crisi, Ferguson era una piccola isola felice nel Missouri, a due passi da St. Louis. Bianchi e afroamericani non se la passavano affatto male. Il tenore di vita era soddisfacente perché tutti avevano di che lavorare nella zona. Poi la de-industrializzazione, cominciata prima del 2008, ha trasformato quell’isola felice in un corpo avulso. Tanti bianchi hanno dunque abbandonato la città mano a mano che cessavano le attività, lasciando il posto alle persone che non potevano più permettersi affitti troppo alti nella vicina metropoli. Da città-dormitorio per la classe lavoratrice dell’area, Ferguson è diventata in pochi anni una realtà complessa e di difficile gestione. Quando ad agosto la polizia ha ucciso il diciottenne Michael Brown, la gente è scesa in strada organizzando marce e scontrandosi più volte con le forze dell’ordine. Le proteste di Ferguson non sono la causa di una malattia, semmai il sintomo.
Allo stesso modo, nei decenni ‘60-’70 – e scusate il così ampio salto temporale –, la rivoluzione urbana e architettonica di New York ad opera di Robert Moses, che ancora oggi spacca le opinioni, provocò una situazione analoga. In particolare, ma questa è già letteratura, la costruzione della Cross-Bronx Expressway lacerò l’intero borough, mutando morfologia e rapporti sociali. Le case nei dintorni della gigantesca e trafficatissima arteria si deprezzarono e i bianchi della classe media traslocarono in zone più fortunate. I magazzini chiusero e mentre la forbice della povertà si allargava, prosperavano la criminalità e lo spaccio di droga. I ragazzi afroamericani impegnati nella vendita di sostanze illegali agli angoli delle strade non erano la causa della malattia, semmai il sintomo.
La sperequazione sociale, da che mondo è mondo, coinvolge le metropoli e le grandi aree urbane occidentali. New York, Chicago, dove cresce il tasso di criminalità, ma anche Parigi: tutti ricordano le proteste delle banlieue nel 2005. E ancora Marsiglia, con l’aggressione ai quartieri popolari denunciata dalla rapper francese Keny Arkana nel documentario Capitale de la Rupture, o Stoccolma messa a soqquadro appena un anno fa. Le terre di camorra, le case occupate di Milano, i disordini di Roma.
D’un tratto Tor Sapienza diviene caput mundi come a fotografare il degrado delle periferie romane, dunque italiane, agglomerati di cemento tirati su negli anni ’70 e intanto dimenticati da Dio e dagli occhi poco vigili delle telecamere. Tutto è stato lasciato al caso in quei territori – disoccupazione, assenza di servizi basilari, diseguaglianze –, mentre poveri cristi provenienti dal Sud del mondo vengono stipati come merce alla meno peggio. È la mancanza di governo che attraversa le epoche e i continenti: una frase buona per tutte le stagioni allorché la banalità diventa un dato di fatto. Le nuove forme artistiche dell’underground cittadino, quando va bene, sono il solo riscatto sociale in luoghi in cui il lavoro arranca oppure è sfruttamento. Qui una volta era tutta sperequazione sociale, ora è una commistione di guerre tra poveri e razzismo. La condivisione di spazi vitali tra individui che non si capiscono. La rabbia. La retorica spicciola. Le giustificazioni alla bisogna. Il racconto di un paese ricoperto di fango. Ovvero i sintomi, non la causa della malattia.
Ma non scomodiamo, ancora una volta, Pasolini: quella era un’altra storia.

(anche su Tatami)