3 dicembre 2014

Parliamo di Spotify, ma non ditelo a Taylor Swift

Spotify non è un semplice servizio per lo streaming musicale, è molto di più.
Apritelo.
Spotify non vi chiede cosa vorreste ascoltare oggi. Spotify vi chiede come vi sentite oggi. Ed è sulla base della vostra risposta che Spotify suggerirà le playlist e le categorie che saranno la colonna sonora della giornata. Dovete affrontare un duro allenamento? C’è la playlist studiata per voi. Dovete concentrarvi nello studio o, al contrario, avete necessità di una pausa? Accontentati. E lo sareste in ogni caso, qualora vi svegliaste con spirito metallaro o hip hop. O romantico, o sensuale.
Non ditelo alla fuggitiva Taylor Swift – Miss disco di platino nell’anno in cui ci avevano giurato nessuno avrebbe ottenuto il disco di platino –, ma le cose stanno proprio così nella testa del papà di Spotify, Daniel Ek. Un lungo articolo di John Seabrook, su The New Yorker di due settimane fa, è servito ad Ek (e a Sean Parker, colui che da Napster a Facebook è dietro ad ogni progetto online di rilievo) per spiegare perché Spotify non è come gli altri servizi dedicati alla musica. Non è solo streaming, non è propriamente un social network. È un social media, però nella sua accezione più ampia, perché l’utente può contribuire con le playlist ad allargare la comunità, a far sì che l’ascolto di un brano non si limiti ad un’esperienza fine a se stessa. Alla faccia di chi ancora si lambicca tra mp3 e supporto fisico. Grazie a Spotify il mondo, o almeno la percezione che abbiamo di esso, è nelle nostre mani. Le sensazioni, il mood, lo stile.

Da quando Spotify è online, quindi dal 2008, gli affari sono andati sempre meglio per Ek e soci. Nel 2013 l’azienda svedese ha raggiunto un aumento del 7% delle entrate (a 746 milioni di dollari) contro una riduzione delle perdite nette a 57,8 milioni dagli 86,7 dell’anno prima. Il 91% delle entrate di Spotify proviene dagli utenti premium, quelli a pagamento che usufruiscono appieno del servizio (si risparmiano le pubblicità, si gestiscono come vogliono ascolti e playlist, eccetera eccetera…), una percentuale in crescita dall’86% del 2012. Non solo: la Kobalt Music Publishing, una società indipendente che si occupa di osservare questo tipo di dinamiche e rappresenta circa seimila autori tra i quali Sir Paul McCartney, stima che nel primo trimestre del 2014 le entrate in Europa sono state in media superiori del 13% a quelle di iTunes. Parliamo di autori, attenzione, non di interpreti. Ma ad ogni modo non dite neanche questo, a Taylor Swift.
Non solo bis: oltre alla partnership con Facebook (altrimenti Sean Parker che ci sta a fare?), Spotify ha trovato recentemente un accordo con Uber – l’azienda che fornisce il servizio di trasporto automobilistico tramite un’app e che ha mandato su tutte le furie i tassisti (“Tassisti di tutto il mondo, unitevi!”) – per fare ascoltare in macchina la musica preferita agli utenti. Sulla stessa lunghezza d’onda le collaborazioni con alcune case automobilistiche che integrano Spotify nei loro modelli.

Sembra passata un’eternità da quando Spotify veniva bistrattato dai grandi della musica mondiale, e invece era il 2013. Pezzi grossi, uno ad uno, prima di Taylor Swift: Thom Yorke, David Byrne, Oasis, Beyoncé. O meglio: Beyoncé, ufficialmente, non è che si sia mai lamentata di Spotify o comunque dello streaming. È solo che l’anno scorso, quando pubblicò a sorpresa il suo omonimo visual album, l’esclusiva fu concessa a iTunes, con record di vendite in tutto il mondo per iTunes. Ora che è stata rilasciata la versione “platinum edition” anche Spotify può finalmente gridare: “Liberté, Egalité, Beyoncé!”. Gli Oasis (o ciò che resta di loro) erano già presenti nel catalogo Spotify, poi via tutto e di nuovo dentro all’inizio del 2014. Yorke e Byrne, invece, hanno avuto da ridire sul servizio on demand che Spotify propone in maniera molto diretta.
Il teorico del virtuosismo ed ex leader dei Talking Heads (che in Italia i più giovani hanno riscoperto grazie a Paolo Sorrentino) elencò in un editoriale per il Guardian tutti i suoi dubbi. Per dirne alcuni: di Facebook ce n’è uno e presto potrebbe esserci “un solo” Spotify (addio Deezer e addio tutti gli altri, addio concorrenza). Le major (che in molti casi hanno partecipazioni in Spotify) sono brutte e cattive. Le etichette indipendenti sono più generose, ma in generale gli artisti si beccano a malapena le briciole.

Siccome che alla fine Ek si è un po’ scocciato di ripetere sempre le stesse cose, e cioè che la sua società paga royalties per milioni di dollari, la questione che resta di difficile comprensione – ancora, e qui tornano a galla le riflessioni di Byrne – è se lo strumento riuscirà a salvare l’industria discografica oppure no. Una domanda da due miliardi di dollari, quelli cioè che Spotify avrebbe pagato alle case discografiche in sei anni. Facciamo un piccolo passo indietro, allora. A dicembre del 2013 – un anno fa – la società svedese ha reso noti i termini: il compenso oscilla tra 0,006 e 0,0084 dollari ad ascolto (quindi, cari artisti, più siete scelti e meglio è per tutti). Spotify trattiene il 30% dei ricavi totali, mentre il 70% spetta ai detentori dei diritti. A sua volta il 70% viene ripartito tra l’etichetta e l’artista. Secondo i calcoli più o meno approssimativi di Ek, con la sua mossa di ritirare ogni canzone dal catalogo, Taylor Swift starebbe rinunciando a circa sei milioni di dollari l’anno. Come quel 70% venga distribuito dalle major non è dato sapere con precisione, ma ovviamente non è più un problema di Spotify.

Il presupposto, quindi, è che Spotify genererà anche poco, ma è sempre meglio dello zero legato alla pirateria (qui Ek, nel rispondere alla cantante ex country in fuga, ha osato un po’ etichettando Grooveshark come un servizio pirata, povero Grooveshark che invece si sta mettendo in pari con l’attivazione di licenze per riprodurre musica legalmente). Di sicuro, per adesso, c’è che il mercato discografico, se si sta riprendendo, un merito, anche minimo, lo deve riconoscere allo streaming. Spotify monopolizzerà il settore? Difficile a dirsi. Pare che presto avremo sui nostri iPhone già installata l’applicazione Beats Music, il servizio lanciato da Dr. Dre e Jimmy Iovine (che poi qualcuno non ha gradito l’ultimo album degli U2 in regalo, ma forse era per gli U2). Prima di allora, prima cioè di capire che ne faremo del nostro abbonamento Spotify se siamo possessori di iPhone (per inciso: Beats Music non è ancora attivo in Italia), possiamo spulciare qualche cifra che ci riguarda da vicino per farci intanto un’idea.

Secondo i recenti dati forniti da Deloitte per FIMI (Federazione Industria Musicale Italiana di Confindustria), il mercato nei primi nove mesi del 2014 è cresciuto del 5%, trainato (il comunicato della FIMI sottolinea “come di consueto”) dal segmento digitale che rappresenta circa il 45% dei ricavi complessivi delle case discografiche. È il quarto trimestre consecutivo con segnali positivi per il settore. Abbiamo citato la nota quasi per intero, a maggior ragione vale la pena proseguire su questa linea. Sentite qua: “Il digitale, fortemente trascinato dai ricavi connessi ai servizi streaming cresce del 20%, in particolare i servizi in abbonamento quali, ad esempio TIMmusic, Spotify, Google Play, Deezer, ecc. sono saliti del 109% mentre i servizi supportati dalla pubblicità, come YouTube e Vevo sono cresciuti del 78%”. L’Italia non è il mondo, ma insomma. Dovrebbe andare meglio così che ai tempi di Kazaa e WinMX al massimo splendore. O no?

L’aspetto triste della vicenda è che alla conclusione dell’ennesimo articolo sull’argomento non vi è risposta al dilemma che da sempre contrappone scettici ed entusiasti: Spotify è il male assoluto o l’ultima frontiera del mercato musicale? Friend or foe, per dirla con il New Yorker? La realtà dei fatti è che lo scopriremo solo vivendo. E continuando a pagare l’abbonamento, certo.

(anche su Tatami)