12 gennaio 2015

Di rap, jihad e quello che abbiamo capito

Era il 1987 e MC Shan già immaginava un mondo hip hop. O meglio, si diceva sicuro che l’hip hop avrebbe un giorno conquistato il mondo (Living In The World Hip Hop). Non si sbagliò di molto. Oggi esiste una scena consolidata nelle Filippine, in Corea del Sud, in Giappone, in Cina. In Iran, anche. Nel 2004 Sheikh Terra e i Soul Salah Crew, un gruppo di rapper britannici, cantano Dirty Kuffar, un pezzo di dubbia qualità sulla falsariga, per stile e sonorità, di Never Leave You di Lumidee. Gli strambi tizi incappucciati sono sostenitori di al Qaeda e di Osama Bin Laden e dichiarano il jihad in rima. Producono un video, di quelli a basso costo, con tanto di immagini degli attentati al World Trade Center di New York.
Omar Hammami, conosciuto come Abu Mansoor Al-Amriki, o The American, era un jihadista statunitense del Minnesota che l’FBI aveva inserito nella lista dei ricercati eccellenti. Se ne era andato in Somalia e si era arruolato nel gruppo armato di al Shabab, cellula di al Qaeda nel paese africano. Faceva proseliti con il rap e nei video caricati su YouTube sferrava attacchi verbali agli Stati Uniti. Lo scopo era reclutare giovani occidentali, essere un esempio da seguire. È stato ucciso nel 2013, forse perché aveva osato criticare il leader dell’organizzazione terroristica, Mukhtar Abu Zubeyr.
Di certo il “mondo hip hop” immaginato da MC Shan non era questo. Né la Francia poteva sospettare quale triste destino si celasse dietro le rime di Cherif Kouachi, in quell’inchiesta televisiva andata in onda su France 3 nel 2005. Di rap e jihad si era tornati a parlare la scorsa estate, dopo che il giornalista statunitense James Foley veniva decapitato in Iraq dai miliziani dell’Isis e il video dell’esecuzione diffuso online. Il presunto boia era stato identificato nel britannico Abdel-Majed Abdel Bary, anche lui rapper jihadista. Qualcosa di simile ha riguardato l’Italia di recente. Se non allora, di Anas El Abboubi avrete letto sui giornali in questi giorni. Anas El Abboubi, in seguito Anas Al-Italy, bresciano, rapper e, come sembra, novello jihadista in Siria.
L’hip hop, però, è un’altra storia. È una cultura nata nei ghetti americani e che, con il tempo, ha insegnato ai giovani (fan) di tutto il mondo a non essere razzisti. O almeno questo è il pensiero che JAY Z, ospite di Oprah Winfrey, ha sostenuto qualche giorno fa.
Il rapper californiano Paris (un nome ora facile da ricordare quasi per ironia della sorte) in passato ha aderito alla Nation Of Islam. E come lui diversi altri, che poi religione e rap vanno spesso a braccetto nella migliore tradizione della musica nera. Nel 1992 Paris rilascia Bush Killa, ma il jihad non c’entra. È invece il retaggio storico, la prosecuzione verbalmente più violenta del motto Fight The Power dei Public Enemy che Reagan proprio non riuscivano ad averlo in simpatia. Sai oggi che casino?
C’è Lupe Fiasco, che è musulmano, che con la musica tenta di invertire i pregiudizi sull’Islam. La religione, ha confessato in più occasioni, ha sempre influenzato la sua vita e la sua arte. Gli ha insegnato il rispetto per il prossimo, uomini e donne, quando negli Stati Uniti ci sono persone che fabbricano bombe all’antrace o bambini che crescono in case dove i genitori nascondono una riserva d’armi (American Terrorist, 2006).
Ognuno di noi possiede la propria verità. Gli estremi si rincorrono e da qualsiasi prospettiva lo si guardi è fanatismo, non altro: non vi è alcuna specifica correlazione tra rap (che è un’espressione vocale) e Islam (che è una fede religiosa), a meno che non vogliate sorbirvi una lezioncina di teorie e tecniche della comunicazione di massa. Esiste pure il christian rap, per capirci.

Breve nota dell’autore: se avvertite come la necessità di obiettare che, al di là delle convinzioni personali, il christian rap non provoca danni rispetto a quello di matrice jihadista, probabilmente è perché non avete capito il senso del discorso. Siete pregati, pertanto, di rileggere una seconda volta. Lentamente.

(anche su Tatami)