22 gennaio 2015

Fedez, chi?

Scriviamo di Fedez, allora. Scriviamo di come un ragazzo di 25 anni, complice la ribalta televisiva, sia riuscito a ottenere tanta grazia tra le figlie, le mamme e le nonne italiane. Perché un tempo la norma era che se piacevi alle figlie, allora piacevi meno alle mamme e per niente alle nonne. Non nell’epoca di Federico Leonardo Lucia, che le mamme sono giovani e le nonne pure. Fedez spacca il giudizio, garba a tanti e tanti lo evitano. Fedez sta al rap come Zeman sta al calcio: o lo ami o lo odi. I fan sono una cosa e i puristi dell’underground un’altra, così come il 4-3-3 del boemo è utopia e il 4-4-2 l’usato sicuro.
Pop-Hoolista è il quarto album di Fedez uscito a settembre 2014, anche se per molti 30enni e oltre, cioè prima che il Nostro divenisse giudice di X-Factor, i tre precedenti è come se non fossero mai stati pubblicati. Fedez, chi? Ma Fedez non rassegna dimissioni: tra i frequentatori di YouTube è un idolo e sono anni che dà sfoggio della sua arte oratoria, chiedere ad Alfonso Signorini.

Qui dove anche un giornalaio può fare il giornalista
vado in manifestazione in compagnia del mio estetista.
Ho l’animo da ribelle ma la faccia da tronista,
“ma l’uomo di cultura si chiama culturista?”
Però prendi gli stipendi da un povero spiantato,
quest’anno va di moda l’uomo disoccupato.
E il blu risalta agli occhi della polizia di stato.
E per i manifestanti? “C’è il casco leopardato”.

(Alfonso Signorini – Eroe Nazionale, Sig. Brainwash – L’arte di accontentare, 2013).

Ma è un qualunquista! Sì, Fedez è pure un populista che rimprovera il populismo altrui. Degli altri, cioè, che non gli vanno a genio. Con Beppe, invece, è una questione di feeling. È più vicino al Movimento 5 Stelle che non al Pd del “giovane vecchio” Renzi, quello “che da giovane boyscout aiutava i vecchi ad attraversare sulle strisce” e ora “attraversa i cieli con i voli di Stato per andare a Courmayeur” (Le Invasioni Barbariche, La7, 15 gennaio 2015). Si chiama protocollo di sicurezza, provò a spiegare il premier nei giorni della polemica. Ma i casi passati di chi vi rinunciò e il tema consolidato della Casta hanno la meglio e Fedez dedica giustappunto Pop-Hoolista al neoquarantenne presidente del Consiglio, che pochi attimi prima era stato intervistato nel medesimo salotto da Daria Bignardi. Un ideale passaggio del testimone, ad essere perfidi.
La verità è che Fedez è figlio legittimo di questa epoca, va oltre l’etichettismo (rap? hip hop? pop rap? qualunquismo al servizio di strofe e barre?) e appartiene alla generazione di artisti che, o si fanno da soli sui social network, o si fanno modellare dalla tv e dai talent show. Lui ha trovato la strada, il giusto compromesso: si è fatto da sé e indica la via agli emergenti. C’è poi una seconda verità che questa epoca ci impone, che ci sentiamo Renzi o Fedez: vivere in un grosso reality, interconnessi e costretti da non si sa chi a dire la propria qualsiasi sia l’argomento. Non si può vivere senza, l’importante è esserci.

Su Facebook si è iscritta metà popolazione,
l’altra metà ha ancora problemi con il modem.

(Generazione Boh, Pop-Hoolista, 2014).

L’Italia è tra i paesi meno informati, secondo un recente studio internazionale, e leggere gli status di amici e conoscenti (e di Gasparri, volendo) non sempre è un esercizio gratificante. Fedez è in potenza ognuno di noi, solo con una dialettica all’altezza delle telecamere e i tatuaggi bene in vista. È opinion leader a tempo determinato, almeno fintanto che lo inviteranno a parlare, la sua retorica – giusta, sbagliata – è la retorica con cui mediamente facciamo i conti mattina e sera (la disoccupazione che avanza mentre si rinsalda il patto del Nazareno, i voli di Stato, i benefit della Casta, dici politico e dici ladro e chissà quanti altri luoghi comuni o tristi conferme).
 Fedez si definisce, badate bene, “diversamente rapper”. Preferisce scrivere l’inno del M5S anziché starsi a misurare l’ego ipertrofico come fanno tanti suoi colleghi. Si sottrae alla gara di celodurismo di una parte di hip hop mainstream (che di hip hop, in realtà, sembra aver capito poco) e abbraccia un panorama musicale più vasto di cui è profondo conoscitore, come ha dimostrato a X-Factor. Ciò gli crea un alibi così da occuparsi dei mali della società – dai vecchi che guidano il paese a Facchinetti – e non badare all’ultimo modello di Nike ai piedi o alla Lamborghini fiammante. Marracash, con il quale in passato ha anche collaborato, si è visto togliere l’enorme peso di dover dire per primo ciò che tutti nell’ambiente pensano, ovvero che Fedez “non è un rapper”. Ma è una mera illusione, la sua, poiché indotto in errore dal benaltrismo del Nostro: Fedez è rapper con tutti i crismi, poco incline alla scena italiana forse, ma portavoce del disagio al tempo dei social network. Fedez è rapper e populista, sa di interpretare entrambi i ruoli e lo afferma prima che qualcuno lo accusi di qualcosa che è già palpabile di suo. La terza e ultima verità, la più importante, è che Fedez è ben conscio del posto che l’hip hop ha occupato nella storia, ma si discosta dallo stantio purismo e si gode i dischi di platino. È, Fedez, l’autentico rottamatore del rap italiano. Un Renzi della musica, ad essere maligni.
Fedez, in definitiva, si serve di uno stile che sembra snobbare e dipinge il paese reale. Anzi, Fedez è il paese reale perché il paese reale è Fedez quando fa comodo. Poi ci si volta le spalle, reciprocamente, e si ricomincia daccapo.
Parlare di Fedez, dunque, è quasi parlare del cielo plumbeo o limpido. Ti alzi la mattina, ti affacci alla finestra, scruti l’orizzonte e hai la percezione della giornata che sarà. Oppure non ti affacci ed esci di casa dopo avere postato su Instagram lo screenshot dei gradi fuori. In ogni caso non sai con certezza se finirà con la pioggia o meno. Allo stesso modo ogni giorno non saprai mai se sarà un Fedez di lotta o di governo nella sua ostentata incoerenza. Un po’ come noi davanti alla tastiera. È il nazional-qualunquismo e il Nostro, che sa metterlo in rima, ha capito come sguazzarci alla grande.

(anche su Tatami)