21 gennaio 2015

In attesa del Quantitative Easing

Ormai ci siamo. Con ogni probabilità giovedì 22 gennaio la Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi annuncerà il programma di acquisto di titoli di Stato (il Quantitative Easing, abbreviato in QE), la misura “non convenzionale” utile a rilanciare l’economia dell’eurozona e a riportare l’inflazione sotto controllo secondo le prerogative di Francoforte. Dubbi non dovrebbero più essercene dopo l’improvvisa mossa della Banca nazionale svizzera, giovedì 15 gennaio, di abbandonare la soglia minima di cambio con la moneta unica con ripercussioni rilevanti sui mercati finanziari. Una decisione spinta dal probabile calo dell’euro che deriverebbe, proprio, dall’adozione del Quantitative Easing. Il dibattito che si è sviluppato in questi giorni riguarda soprattutto il come. Perché sullo sfondo, inoltre, si sono le elezioni in Grecia che tengono in apprensione l’Europa e dall’altro lato la ritrosia della Germania che vuole scongiurare l’ipotesi che il rischio possa avere un impatto diretto sulle tasche, piuttosto, del contribuente tedesco. Le possibilità che si discutono in Germania e che sembrano andare per la maggiore (una delle differenze osservate rispetto alle operazioni della Fed statunitense è che l’Europa comprende diverse velocità, diverse economie) riguardano una decisione al compromesso, ovvero un’esposizione al rischio a metà strada tra le singole banche centrali e la Bce. Ciò perché aleggia più di un timore sulla possibilità che la Bce, adottando il QE, possa stabilizzare i prezzi nel breve periodo e dotare le banche di denaro pronto all’uso e da immettere nell’economia reale. Si parla ad ogni modo di cifre che oscillano tra i 500 e i 750 miliardi di euro in 18 mesi. Quanto Francoforte intende intraprendere, però, è proprio un’operazione di questo tipo, vale a dire creare un maggiore clima di fiducia e semplificare le procedure di accesso al credito da parte di imprese e famiglie (in più, deprezzando l’euro, le imprese maggiormente orientare alle esportazioni dovrebbero trarre vantaggi). La misura più volte definita “non convenzionale” che la Bce si appresta a rendere operativa è nel nostro caso il risultato, ultimo, di una politica di riduzione dei tassi (di norma il QE si mette in pratica quando i tassi di interesse sono vicini allo zero), uno strumento comunque più incisivo rispetto all’acquisto di obbligazioni bancarie garantite (covered bond) intrapreso negli ultimi mesi del 2014. Il lavoro della Bce di questi tempi, insomma, è stato quello di preparare i partner europei all’eventualità: creare moneta, condizione che però – Francoforte lo ha sottolineato in diverse occasioni – non deve distrarre i singoli Stati dall’impegno (ancora insufficiente in molti casi) nel percorso delle riforme. Quello che invece al momento appare certo, rispetto al come, è che i dettagli non sono ancora stati limati del tutto e che bisognerà attendere il 22 gennaio per conoscere modalità e ipotizzare quali effetti nel medio periodo.

(anche su T-Mag)