13 febbraio 2015

La sfida tra i Clinton e i Bush, spiegata in libreria

Da quanto se ne sa Hillary Clinton dovrebbe sciogliere la riserva in primavera. Verso aprile l’ex first lady ed ex segretario di Stato annuncerà se sarà della partita per le presidenziali statunitensi del 2016 oppure no, primarie democratiche permettendo. Questo significa che potremo assistere ad una sorta di revival con la corsa alla Casa Bianca tra una Clinton e un Bush, primarie repubblicane permettendo.
Jeb Bush, il fratello di George Walker, l’ennesimo figlio di Gorge Herbert Walker, la sua candidatura l’ha annunciata già da alcune settimane, la macchina organizzativa è stata messa in moto così da raccogliere fondi e la “ritirata” di Mitt Romney potrebbe rivelarsi una manna dal cielo. Un sondaggio di Fox News, infatti, dava l’ex sfidante di Obama in vantaggio (tra i repubblicani l’altro pezzo da 90 in gara è Chris Christie), ma chi appoggiava Romney quasi certamente ora passerà dalla parte di Jeb. E Hillary? Fin troppi si dicono convinti che sarà la futura inquilina della Casa Bianca, che per lei sarebbe un ritorno dopo i due mandati del marito Bill. Lo dicevano anche nel 2008 e sappiamo come andò a finire. Stavolta, comunque, non avrà un Obama a contrastarla durante le primarie. O quantomeno così pare.
Qui si chiude la questione politica e comincia quella più letteraria. Che le due siano intrecciate è un aspetto marginale. A novembre dello scorso anno è uscito 41, ultima fatica di George Walker Bush (da ora George W., per comodità), in cui il figlio presidente numero 43 narra, come da titolo, le imprese del padre presidente, George Herbert Walker Bush (da adesso semplicemente George). A dispetto di quanti – da Oliver Stone in giù – hanno spesso descritto un rapporto “conflittuale” padre-figlio, George W. al contrario descrive la sua totale venerazione per l’uomo George, reduce della Seconda guerra mondiale (che certo non fu una passeggiata, con l’attacco a Pearl Harbor e tutto il resto), atleta eccellente, stimato businessman nel campo del petrolio in Texas, esponente repubblicano al Congresso dalle larghe vedute (soprattutto in tema di diritti civili, tra i pochi nel suo partito), capo dell’ufficio diplomatico nella Repubblica popolare cinese, direttore della CIA, vicepresidente al fianco di Ronald Reagan (che scelse come spalla proprio il suo principale oppositore alle primarie) e, infine, presidente degli Stati Uniti numero 41. Un’ammirazione autentica, quella di George W., per un padre-modello, quasi supereroe, un uomo che ha conosciuto la sofferenza quando ha perso la figlia piccola, Robin, a causa di una malattia che non lasciava speranze e che ha perso anche qualche campagna elettorale, ma che ogni volta dalle brutte esperienze ha tratto il meglio, fortificando spirito e corpo.
Qualcuno, maliziosamente, ha insinuato che il George W. scrittore sia di gran lunga superiore al George W. presidente. Di sicuro il figlio amorevole ci sa fare con la sintassi e l’opera scorre via senza spargimenti di sangue. Sorprende, e neanche tanto, come la parte più interessante del libro sia quella dedicata all’Iraq e alla prima Guerra del Golfo dopo che le truppe di Saddam occuparono il Kuwait. È interessante perché, partendo dalle considerazioni sull’intervento militare, George W. motiva la “sua” guerra a Saddam alla luce di un refrain doveroso post 11 settembre 2001 quando si consumò l’evento più drammatico della storia statunitense. Alla faccia di chi interpretò quella decisione, datata 2003, come la volontà capricciosa di un figlio di portare a compimento l’opera del padre, George W. ammette gli errori (dalle armi di distruzione di massa alla sottovalutazione delle forze ribelli presenti sul territorio), ma ribadisce: il mondo è un posto migliore senza Saddam.
Di qualche mese prima, invece, è Scelte difficili di Hllary Rodham Clinton (da ora in avanti, per noi amici, soltanto Hillary), libro di memorie che ripercorre i quattro anni in cui l’ex first lady ha servito il paese in veste di segretario di Stato. La lettura in questo caso, nonostante il libro sia stato tradotto in Italia, risulta più ostica vuoi perché intriso di retorica (i valori di libertà e democrazia dell’America e svariati discorsi triti e ritriti sulla stessa lunghezza d’onda), vuoi perché d’un tratto il mondo che Hillary ha conosciuto si è trasformato in qualcos’altro e ti sembra preistoria. Hillary non ha avuto a che fare, non più del successore Kerry almeno, con quei tipi poco raccomandabili dell’Isis. Né Putin – che pure gode delle sue attenzioni – si era messo a fare il prepotente con l’Ucraina più di quanto non abbia fatto con la Georgia. Il paradosso, insomma, è che George W., analizzando in chiave moderna gli eventi di cui suo padre fu protagonista negli anni ’80 e i primi del decennio successivo, sembra essere più attuale (si pensi agli effetti della causa irachena fino all’autoproclamazione dello Stato islamico) di Hillary il cui racconto si limita a rendicontare sugli esiti in politica estera delle misure di smart power (una commistione di modi rudi e vie diplomatiche per risolvere le controversie internazionali) che l’amministrazione Obama ha adottato nei quattro anni di impegno in prima linea.
Le differenze, dunque, sono marcate nelle due opere letterarie. Per George W. è importante rincarare la risposta al terrore e a chi mina la libertà, l’esigenza che gli Stati Uniti risolvano problemi. Come fece il padre George – il ritratto di un campione di lungimiranza, il suo – quando, con la caduta del regime comunista e la disgregazione dell’Urss, anziché festeggiare era al lavoro sulle strategie da intraprendere in vista del nuovo processo democratico. E mentre il diversamente amico Vladimir mostra nostalgie egemoniche, sprezzante delle minacce verbali targate Usa o delle sanzioni europee, Hillary ricorda le sue battaglie a favore delle donne vittime di violenza o emarginate, a favore delle minoranze e dei più deboli. Di quanto sia stato importante a titolo personale e per il mondo avere incontrato la leader dell’opposizione birmana Aung San Suu Kyi e favorito il dialogo tra quest’ultima e i vertici del regime militare del Myanmar. I rapporti ambigui con la Cina. I tentativi, andati perlopiù a vuoto, di mediazione tra Israele e Palestina. La crisi ancora aperta in Siria e le dicotomia intervento sì-intervento no. La primavera araba che, forse, è il solo autentico punto di contatto tra i due, Hillary e George W., a prenderla da lontano.
Eppure l’esperienza e gli indici di gradimento non bastano a evitare una sconfitta elettorale: George che venne superato nel 1992 da Clinton – Bill Clinton – anche per l’intromissione di Ross Perot che si portò via un abbondante 19%; Hillary che nel 2008 dovette “accontentarsi” di appoggiare la corsa di Obama. George W. la motiva come un’esigenza collettiva di cambiamento e il tempismo è una componente importante in politica. Ironia della sorte è che a interpretare il prossimo, di cambiamento, potrebbero essere ancora una volta un Bush e una Clinton. Ventiquattro anni. Un revival, appunto. Che i Bush e i Clinton nel frattempo siano diventati amici, è un aspetto marginale anch’esso.

(anche su Tatami)