5 febbraio 2015

Quali conseguenze per la Grecia

La decisione della Banca centrale europea di “chiudere i rubinetti” ad Atene – dall'11 febbraio le banche greche non potranno più utilizzare i bond come garanzia per ricevere liquidità da Francoforte “perché non è più certa la chiusura del memorandum con i creditori”, in pratica una vera e propria sospensione dei fondi – è un'anticipazione di quello che potrebbe succedere nel medio periodo nel caso in cui le negoziazioni per la ristrutturazione del debito non andassero a buon fine. La conseguenza più immediata per il paese ellenico sarebbe il default e, con ogni probabilità, l'uscita dall'euro con l'ipotesi non più remota di un rischio contagio nell'area, se non altro di immagine. Uscire dall'euro, comunque, non è operazione semplice e il pericolo è che la Grecia resti ulteriormente isolata. Intanto, l'indomani dell'annuncio della Bce, le Borse hanno aperto in rosso, in particolare Atene con i titoli delle banche a picco. Per quanto già alla vigilia del voto del 25 gennaio Alexis Tsipras, leader di Syriza e attuale premier ellenico, abbia rassicurato i partner europei sugli impegni presi, pur richiedendo un cospicuo allentamento da parte della Troika (Bce-Ue-Fmi) e un'inversione di tendenza rispetto alle politiche di austerity che hanno messo in ginocchio la Grecia, il messaggio della Bce di Mario Draghi arriva forte e chiaro nonostante il ministero delle Finanze di Atene minimizzi la questione ritenendola una misura volta a fare pressioni sull'Eurogruppo per raggiungere un accordo che soddisfi tutti. In un tale contesto il peso ricadrebbe sugli istituti e la Banca centrale della Grecia difficilmente riuscirebbe a contenere i danni. È vero che le banche possono contare su una sorta di salvagente, che sono le linee di credito di emergenza (ELA), ma è altrettanto vero che in casi estremi, e a determinate condizioni, la Bce può “annullare” questa fattispecie. Con un solo risultato: pagare stipendi e pensioni diventerebbe a quel punto impossibile. Un secondo rischio potrebbe essere la corsa al prelievo, sull'esempio di quanto avvenuto di recente a Cipro, a causa della preoccupazione che la Grecia precipiti di nuovo in una crisi senza ritorno, un triste remake del clima che si respirava soltanto pochi anni fa. Oltre al dossier Grecia, la Bce ha poi osservato nel suo bollettino mensile di gennaio che le nuove regole della Commissione di Bruxelles a vantaggio di una maggiore flessibilità sui conti pubblici potrebbero “compromettere la finalità del braccio preventivo del Patto, ossia la costituzione di riserve nei periodi di congiuntura favorevole”. La crescita dell'eurozona va ancora a rilento, si nota a Francoforte, e pertanto qualsiasi azione che miri all'alleggerimento dei vincoli non può e non deve discostarsi dall'impegno condiviso nel processo di riforme. Un messaggio chiaro, per l'appunto, alla vigilia dell'avvio del programma di acquisto di titoli di Stato (Quantitative Easing) annunciato nelle scorse settimane. Del resto, proprio quest'ultimo, ha rappresentato un gioco al compromesso con la Germania, mai del tutto convinta dell'operazione e bisognosa di rassicurazioni in senso più rigorista. Così come le richieste di Atene di certo non hanno mai rallegrato Berlino.

(anche su T-Mag)