3 marzo 2015

Lavoro, un andamento altalenante

Sul fronte occupazionale spiragli ve ne sono, ma è bene prendere gli ultimi dati Istat – per quanto positivi, in alcuni specifici casi – con le molle perché è altrettanto vero che nella consueta nota mensile lo stesso Istituto di statistica osserva come il mercato del lavoro non mostri “chiari segnali di un’inversione di tendenza rispetto a quanto osservato negli scorsi mesi”. Ad esempio, tra gli aspetti positivi, nel quarto trimestre 2014 continua la crescita del numero di occupati su base annua (+0,7%, pari a 156.000 unità) e l'incremento si registra in tutte le ripartizioni geografiche, sebbene con diversa intensità (è più consistente al Nord e al Centro, più lieve al Mezzogiorno). Inoltre, la crescita riguarda entrambe le componenti di genere. E ancora: a gennaio 2015 gli occupati risultano essere 22 milioni 320 mila, invariati rispetto a dicembre (+11 mila), ma in aumento dello 0,6% su base annua (+131 mila). Il tasso di occupazione, pari al 55,8%, aumenta di 0,1 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,3 punti rispetto a dodici mesi prima. In più il tasso di disoccupazione giovanile (che comprende la fascia dei 15-24enni) è sceso a gennaio 2015 al 41,2% dal 41,4% di dicembre 2014, il valore più basso da 17 mesi a questa parte. Anche il numero di persone inattive tra i 15 e i 64 anni cala dello 0,1% rispetto al mese di dicembre 2014 e dell’1,3% su base annua. Il tasso di inattività, dunque, si attesta al 36%, in calo dello 0,4% rispetto ad un anno prima. Dunque, se il tasso di occupazione aumenta e il numero degli occupati anche, perché il mercato del lavoro non dovrebbe mostrare “chiari segnali di un'inversione di tendenza?”. La spiegazione viene fornita dall'Istat, analizzando il tasso dei posti vacanti, un indicatore che anticipa l'andamento del numero di posizioni lavorative occupate nel prossimo futuro. Ecco che emerge, quindi, come il tasso dei posti vacanti nei settori dell’industria e dei servizi sia rimasto ancora stabile nel quarto trimestre del 2014 attorno allo 0,5%. “La stazionarietà dell’indicatore, che perdura dall’ultimo trimestre del 2013 – spiega l'Istat –, riflette la fase di stagnazione che si osserva dal lato della domanda di lavoro”. In particolare, nel mese di febbraio, le attese di occupazione formulate dagli imprenditori per i successivi tre mesi continuano a essere differenziate tra i principali comparti produttivi, risultando in crescita nella manifattura, stabili nei servizi e in peggioramento nel settore delle costruzioni. Nella media del 2014 cresce, sì, il numero degli occupati (dopo due anni di flessione), ma prosegue il calo degli occupati 15-34enni e dei 35-49enni (rispettivamente -148.000 unità e -162.000 unità), a fronte dell'incremento degli occupati con almeno 50 anni (+398.000 unità). L'occupazione della componente italiana cala di 23.000 unità, mentre quella straniera aumenta di 111.000 unità. Ma allo stesso tempo il tasso di disoccupazione è salito al 12,7% dal 12,1% del 2013, il massimo registrato dal 1977. Ma il punto è che la crescita dell'occupazione interessa in misura contenuta i lavoratori a tempo indeterminato (che sono aumentati di 18.000 unità) e in modo più sostenuto i lavoratori a termine (+79.000 unità). Gli indipendenti sono invece in calo di 9.000 unità. Tale andamento conferma un trend consolidato dall'inizio della crisi economica. La crisi, infatti, ha bruciato un milione di posti di lavoro, ma ancor di più si è evidenziato un calo delle ore lavorate – causa, a sua volta, di un cambiamento nella tipologia di impiego dei lavoratori, con inevitabili conseguenze su salari e potere d'acquisto. Così si è osservata una diminuzione delle persone occupate a tempo pieno a fronte dell'aumento degli occupati a tempo parziale. Tale andamento ha caratterizzato tutti i settori di attività economica, in particolare quello delle costruzioni. Anche nel 2014, alla nuova discesa dell'occupazione a tempo pieno (-35.000 unità, cioè -0,2%), si associa l'ulteriore incremento di quella a tempo parziale (124.000 unità, pari a +3,1%). L'incidenza di quanti svolgono part time involontario sale dal 61,3% del 2013 al 63,6% dello scorso anno.

(anche su T-Mag)