20 aprile 2015

Migranti, i numeri dell’emergenza

In queste ore qualcuno ha detto che le morti nel mar Mediterraneo non sono esclusivamente una mera questione di numeri. Ma i numeri spiegano tantissimo e aiutano a comprendere la portata del fenomeno, che è drammatico, al di là della consueta retorica su un impegno diretto dell’Ue: nel canale di Sicilia, a causa del naufragio di un barcone avvenuto nella notte tra sabato e domenica, potrebbero avere perso la vita tra le 700 e le 900 persone provenienti dalle coste libiche. In questi primi mesi del 2015 sono sbarcati sulle coste italiane 7.882 migranti, il 43% in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Anche il numero dei morti è aumentato: circa 900 in questo primo scorcio di anno quando erano 96, sempre nel 2014. Ciò vuol dire che, in attesa di conferme, il numero delle persone che hanno perso la vita in mare potrebbe lievitare fino a oltre 1.600. Una tragedia che supera quella dell’ottobre 2013, al largo di Lampedusa: in quell’occasione furono 366 le vittime. Dati alla mano (la fonte è il ministero dell’Interno) appare a tratti paradossale il livello raggiunto l’anno scorso, quando l’Italia ha dovuto affrontare le maggiori ondate migratorie dal 2010, con il 2015 che si candida già ad essere l’anno dei record. Prendiamo allora in considerazione il periodo gennaio-marzo: un anno fa gli sbarchi registrati furono 46, ad oggi siamo a 69. Le persone soccorse sono quest’anno oltre duemila in più, 7.882 ad essere precisi. E una volta giunti in Italia, quale sorte attende i migranti? Anche qui le statistiche aiutano. Al di là dei tempi tecnici, spesso biblici, per le identificazioni e l’ottenimento di specifici status, i migranti quasi mai concludono il loro viaggio come toccano terra. Nel 2011 si contarono 571 mila rifugiati per la Germania, 210 mila per la Francia, 194 mila per il Regno Unito, 87 mila per la Svezia, 75 mila per i Paesi Bassi, quindi 58 mila per l’Italia. Che evidentemente il più delle volte è solo di passaggio: da noi si stanzia il 6,40% dei richiedenti asilo presenti nell’Unione europea (sono il 29,08% in Germania e il 15,17% in Francia). La crisi economica deve avere penalizzato l’attrattività dell’Italia, se escludiamo i ricongiungimenti familiari negli altri paesi, anche al cospetto di persone che fuggono la miseria, la fame, le guerre, le pandemie. Ad ogni modo con 58 mila ingressi la comunità più rappresentata tra gli immigrati era nel 2013 quella rumena e a seguire quelle marocchina (20 mila), cinese (17 mila) e ucraina (13 mila), che con i “viaggi della speranza” hanno poco a che fare. Il moderno traffico di esseri umani trova ragione – tralasciando l’annosa questione degli scafisti che lucrano incuranti dell’incolumità altrui –, anche nelle condizioni socioeconomiche dei paesi di provenienza dei migranti. L’Africa sub-sahariana ha conosciuto negli ultimi anni una crescita media annua del 4,4% (in alcuni casi anche del 5%), ma la maggior parte dei ritardi strutturali non sono ancora stati risolti. La Banca mondiale, nel frattempo, osserva un rallentamento delle economie emergenti, in particolare dell’area al 4%. Si tratta pur sempre di una prospettiva migliore rispetto alle attese per l’economia mondiale (+2,9%), ma il dato preoccupa soprattutto per via delle lacune – guerre, epidemie – che hanno a lungo minato la stabilità sia economica che politica. E in generale nel mondo, si stima, vivono in condizioni di povertà estrema più di un miliardo di persone.

(anche su T-Mag)