10 giugno 2015

La lunga crisi ellenica

Anni di sacrifici, di manovre lacrime e sangue, di forsennata austerity. Eppure, dall’inizio della crisi ad oggi, la Grecia sembra non trovare pace. Tra i paesi cosiddetti “periferici” dell’Eurozona, quello ellenico vive il “peso” della tenuta della moneta unica. Perché un eventuale Grexit – ovvero l’uscita della Grecia dall’euro – metterebbe a rischio la sussistenza stessa dell’area, con la possibilità, paventata da più parti, di una reazione negativa nelle economie più deboli. Da tempo se ne parla – il tema fu ricorrente in particolare nel 2012 – la Grecia ha ottenuto ingenti aiuti e i creditori ora sono alla porta. Atene, soprattutto dopo la vittoria alle elezioni di quattro mesi fa del leader di Syriza, Alexis Tsipras, sta tentando di rinegoziare con l’Europa la ristrutturazione del debito in un’ottica più morbida al fine di evitare un ulteriore taglio alle pensioni o licenziamenti nel settore pubblico, come già avvenuto in questi anni. In quest’ottica Atene può contare, per così dire, nel sostegno degli Stati Uniti – altrimenti preoccupati per un contesto internazionale poco favorevole – che al G7 hanno ribadito come l’Europa debba mettere un freno alle politiche rigoriste, rilanciando così la ripresa. Ma le richieste fin qui formulate dovrebbero andare in direzione opposta, almeno stando alle più recenti indiscrezioni di stampa. La Commissione europea avrebbe infatti richiesto al governo di Atene ulteriori tagli alle pensioni (colpendo anche i più poveri), un aumento dell’Iva e la riforma del mercato del lavoro. Tali richieste, qualora mai venissero accolte, sconfesserebbero le promesse elettorali dell’attuale esecutivo. Proprio il mercato del lavoro è un nodo spinoso. Il governo di Atene mirerebbe al ripristino della contrattazione collettiva e all’innalzamento del salario minimo, obiettivi che Bruxelles ritiene non ancora a portata di mano. Anche il nuovo piano presentato (più snello rispetto al precedente, appena tre pagine contenenti gli obiettivi di bilancio e consolidamento fiscale per sbloccare i 7,2 miliardi di aiuti internazionali, più un secondo documento con la richiesta di 6,7 miliardi di euro dall’European Stability Mechanism, il fondo salva-Stati, per ripagare i titoli detenuti dalla Bce che andranno a scadenza a breve) continua a non convincere la Commissione e l’incontro tra Tsipras, Merkel e Hollande, previsto a Bruxelles, potrebbe saltare. E il tempo gioca a sfavore di Atene. I numeri del lavoro in Grecia sono impietosi. Li ha ricordati lo stesso premier Tispras nell’intervista concessa al Corriere della Sera, martedì 9 giugno: un milione e mezzo di disoccupati su una popolazione attiva di sei milioni e tasso di disoccupazione dal 12 al 27% in tre anni. Al mese di febbraio (dati Eurostat), il tasso di disoccupazione si è attestato in Grecia al 25,4% (quello della Spagna, ad aprile, è al 22,7%), a fronte dell’11,1% dell’Eurozona. Grave anche la situazione dei giovani: secondo l’Ocse il paese ellenico è maglia nera per quanto riguarda le opportunità occupazionali. Nonostante tutto qualche lieve miglioramento si può osservare, tenendo sempre conto però della situazione altamente svantaggiosa in cui versa la Grecia da alcuni anni a questa parte. Ad ogni modo non deve passare sotto traccia la crescita della produzione industriale, che a marzo ha registrato un aumento del 5% rispetto allo stesso periodo del 2014 ed è stato il secondo incremento consecutivo (dell’1,9% a febbraio). Nello specifico la produzione manifatturiera è aumentata dell’8,2%, mentre quella del settore minerario ha evidenziato un calo del 12,3%. Ma in generale la crisi ha provocato un contesto sfavorevole in tutti i settori di attività economica e recuperare terreno sarà molto difficile. Basti pensare che negli anni 2008-2013 la produzione industriale ha subìto in maniera costante una contrazione del 30% complessivo.

(anche su T-Mag)