11 novembre 2015

Il dopo Expo: perché investire in R&S

L’annuncio del premier Matteo Renzi di voler rendere l’area dell’Expo di Milano un centro di ricerca (in particolare sulla genomica, il big data, la nutrizione, il cibo e l’eco-sostenibilità) è molto interessante, soprattutto per un paese come il nostro che negli ultimi anni ha mostrato in questo senso evidenti carenze strutturali. Il presidente del Consiglio ha parlato di un progetto che porterebbe da subito 1.600 persone a lavorare, il cui impegno – in termini economici – ammonterebbe a 150 milioni l’anno per i prossimi dieci anni. La creazione, insomma, di una “silicon valley” italiana, volano per le nuove startup innovative. Quello dell’innovazione, in effetti, è un tema fondamentale per qualsiasi economia. L’Italia, più di altri competitor, in poche occasioni si è mostrata abile a tradurre l’innovazione in crescita incanalandola nei processi produttivi. Non che la cosa debba stupire più di tanto: il nostro paese investe poco più dell’1% del Pil in ricerca e sviluppo, quota perciò distante dall’obiettivo della Strategia Europa 2020 secondo cui la spesa in R&S dovrebbe attestarsi almeno al 3%. A ricordare il nostro ritardo, di recente, è stato anche il Global Creativity Index che ci colloca per creatività al 21esimo posto. La speciale classifica contempla diverse variabili quali talento, tecnologia e tolleranza (al fine, in quest’ultimo caso, di sapere attrarre idee e talenti diversi) e a guidarla sono Australia e Stati Uniti (la Danimarca, quinta, è il primo paese europeo a comparire nella lista). Ovviamente occupiamo una posizione non proprio lusinghiera per quanto riguarda la quota di Pil destinata a R&S. E non potrebbe essere altrimenti, soprattutto nel confronto con i nostri principali partner. La Francia impegna il 2,23%, la Germania il 2,88% mentre tre paesi scandinavi (Finlandia, Svezia e Danimarca) hanno già superato la soglia del 3% fissata dall’Ue. E sul fronte degli addetti alla R&S l’andamento è pressoché analogo. Nell’Ue28, nel 2012, sono mediamente 5,3 ogni mille abitanti, in Italia sono quattro (ma erano 3,8 nel 2011). Alla luce di tutto ciò ecco spiegato perché è auspicabile la creazione di un polo dell’eccellenza nella ricerca scientifica, per quanto i tempi di realizzazione non siano imminenti. In termini economici, tra opportunità, creazione di nuovi posti di lavoro e indotto, a giovarne sarebbe il paese intero. Inoltre, trasformando l’innovazione in processi produttivi, le nostre imprese sarebbero più competitive e orientate all’export, soprattutto nei settori strategici ad alto contenuto tecnologico dove ancora arranchiamo.

(anche su T-Mag)