13 gennaio 2016

Usa 2016. L’ultima versione di Obama

Il 2016 conta, eccome. Il 2016 sarà l’anno dell’eredità. Qualsiasi cosa dirà – o farà – Barack Obama nei prossimi mesi sarà il lascito per il futuro inquilino della Casa Bianca. Nonostante una retorica avversa, specie negli ultimi tempi, l’America resta il faro del mondo occidentale. È qui che Obama ha “alzato i toni”, nel suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione da presidente. Un discorso che ha permesso a Obama di prendere le distanze dai candidati (repubblicani) più estremi (Donald Trump in prima linea). Il presidente ha voluto così rispedire al mittente le critiche per il suo operato, rilanciando, anzi, con i successi ottenuti durante gli otto anni di amministrazione.
La ripresa economica e del mercato del lavoro in particolare, la normalizzazione dei rapporti con Cuba (forse la più pesante, tra le eredità politiche, che dovrà sostenere chi si insedierà il prossimo anno), la lotta al terrorismo internazionale (stigmatizzando le strumentalizzazioni di routine, capito Mr. Trump?), la chiusura del carcere di massima sicurezza di Guantanamo (“il simbolo della tortura”, per Amnesty International; una priorità per l’ancora in carica presidente che aveva promesso di smantellare la strutura già nel 2008), il contrasto alla “facile” diffusione di armi da fuoco che ha continuato a provocare morti e stragi negli anni in cui ha amministrato, l’attenzione (nonché sua prossima principale attività) al cambiamento climatico: a tanto ammonta l’eredità che Obama ha voluto “apparecchiare” dinanzi al Congresso riunito in seduta comune.
Di fatto una dichiarazione di intenti sul tipo di appoggio che offrirà al candidato presidenziale che meglio saprà recepire tale messaggio di cambiamento. L’America che a sua volta, Obama, ereditò nel 2008, era un paese che viveva un deficit di futuro: ancora fresco era il ricordo dell’attentato in casa e la crisi economica si stava prepontemente affacciando, con gravi ripercussioni sul ceto medio-basso. Dimezzare le disuguaglianze, per dirne una delle tante, è stata la linea guida dell’era obamiana. Un percorso che il presidente ha effettivamente intrapreso tra alti, bassi, mille difficoltà e tante mancanze, dall’Obamacare – che ha dato copertura sanitaria a oltre 13 milioni di persone – al calo del tasso di disoccupazione, fino alla recente legalizzazione dei matrimoni gay in tutto il territorio statunitense stabilita dalla Corte Suprema, questione sostenuta strenuamente dall’amministrazione.
Eppure sarà un’America alquanto frammentata, quella che lascerà Obama. Nel 2015 sono stati creati 2,65 milioni di posti di lavoro, il secondo anno migliore dal 1999. Il tasso di disoccupazione Usa gravita attorno al 5%, tornando ai livelli pre-crisi, ma allo stesso tempo la partecipazione alla forza lavoro è vicina ai minimi dal 1977. La crescita nel biennio 2014-2015 è stata trainata soprattutto dai consumi, ma la fiducia dei consumatori non ha ancora toccato vette esaltanti. Sono cresciute le tensioni razziali – ironia della sorte per un presidente afroamericano, il primo della storia statunitense – e, ciclici, si sono ripetuti gli eventi di brutalità poliziesca e di gente in marcia per le strade, da Ferguson a Baltimora.
Tuttavia la prospettiva obamiana dell’America che sarà, appare ottimistica. Tanto sul fronte interno quanto in politica estera, con l’Isis che va combattuto al fianco degli alleati, ma che non rappresenta un’autentica minaccia entro i propri confini. Hillary Clinton, la candidata strafavorita alle primarie democratiche, già Segretario di Stato nei primi quattro anni di amministrazione Obama, si è fatta immediatamente portavoce di quel cambiamento, in parte avviato e in parte millantato. “L’America è migliore grazie alla leadership del presidente Obama. Orgogliosa di chiamarlo ‘mio amico’. Costruiamo sui suoi progressi”, ha commentato dopo il discorso sullo stato dell’Unione. Per poi aggiungere: “Abbiamo bisogno di costruire partendo da quel progresso, non tornare indietro”. La posizione più netta, forse, l’ex first lady l’ha espressa nel merito del contrasto all’uso delle armi, diffondendo uno spot a pieno sostegno dell’ultima – “rivoluzionaria” nelle intenzioni – battaglia di Obama.

(anche su T-Mag)