23 marzo 2016

Usa 2016. Gli attacchi all’Europa al centro dell’agenda

Con la vittoria in Arizona, Donald Trump e Hillary Clinton compiono un ulteriore passo verso le rispettive nomination per la corsa alla Casa Bianca. L'esito del voto in Arizona assume un'importanza cruciale. Sul fronte repubblicano ciò è ancora più vero, considerato il metodo di assegnazione dei delegati (quelli in palio spettano, di fatto, al vincitore), mentre Ted Cruz, fresco di endorsement di Jeb Bush, si è aggiudicato lo Utah. Tra i democratici, invece, Bernie Sanders ha avuto la meglio ai caucuses dello Utah e in Idaho. Questo il dato politico. Ovviamente la giornata di martedì 22 marzo – il “Super Tuesday del West” – è stata condizionata dagli attentati terroristici di Bruxelles. In qualche modo le reazioni rispetto a quanto accaduto dall'altra parte dell'oceano suggeriscono l'idea di politica estera che i candidati – dando per scontata, ormai, una sfida Trump-Clinton – potrebbero mettere sul piatto una volta eletti presidente. Anche perché, di norma, le proposte sono correlate alla legacy dell'amministrazione uscente (in quest'ottica anche il processo di normalizzazione nelle relazioni Usa-Cuba, culminato con il recente viaggio nell'isola caraibica, sarà una delle più complicate eredità in politica estera che Obama lascerà al suo successore).
Hillary Clinton, già segretario di Stato durante l'amministrazione Obama, teorica dello smart power – una commistione di strumenti diplomatici, economici, militari, politici, culturali, con il coinvolgimento di diversi attori del settore pubblico e privato –, ha ribadito l'importanza dei valori democratici che nessuna forma di radicalismo potrà compromettere ai danni degli Stati Uniti e dei suoi alleati.
Più duro il commento di Donald Trump: “Questa follia deve essere fermata, e io la fermerò”. Al tempo stesso, però, il tycoon di New York ha mostrato in questi mesi di campagna elettorale posizioni spesso ambigue e, talvolta, contraddittorie su alcuni specifici temi. L'ipotesi di chiudere le frontiere, inasprendo i controlli sui flussi in entrata (il riferimento, in questo caso, è alle persone musulmane), sconfesserebbe circa un secolo di politiche inclusive che hanno contribuito alla realizzazione del “sogno americano”. Una sorta di ritorno all'isolazionismo – idea emersa in diverse occasioni, l'ultima delle quali relativa al ruolo dell'America nella Nato – è quanto di più distante possa esserci dalle recenti “dottrine” in materia, nonostante l'atteggiamento prudente promosso dall'attuale amministrazione (fin troppo prudente, secondo gli avversari di Obama, Cruz in testa).
Approcci diametralmente opposti che, possiamo supporre, potranno convincere l'elettorato sulla base della risposta che l'Europa saprà dare al terrorismo di matrice islamica e il sostegno che il vecchio continente otterrà dall'America (la visione di Obama, in questo senso, è nota: il radicalismo va estirpato, ma in questa fase l'Isis non rappresenta una minaccia concreta per gli Stati Uniti). Intanto il dipartimento di Stato guidato da John Kerry ha avvertito i cittadini statunitensi in viaggio per o attraverso l'Europa di possibili attacchi già pianificati, suggerendo di evitare raduni o luoghi turistici potenzialmente a rischio. Gli attacchi all'Europa irrompono, stavolta in maniera decisa, nella corsa alla Casa Bianca.

(anche su T-Mag)