16 marzo 2016

Usa 2016. Trump, il nemico comune

Contrariamente a quanto dichiarato in un primo momento, quando aveva assicurato che la sua corsa sarebbe proseguita al di là del risultato in Florida, Marco Rubio ha sospeso la campagna elettorale. Che in termini più brutali significa ammettere la sconfitta e ritirare la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti. Così, lo Stato che avrebbe dovuto esaltarlo – la Florida in cui ha mosso i primi passi, politicamente parlando, al fianco di Jeb Bush – ha invece voltato le spalle all’uomo che il Gop confidava essere l’unica speranza anti-Trump. Non è forse un caso se, a detta di molti, il migliore discorso che il giovane senatore repubblicano ha pronunciato in questi mesi di primarie è stato quello della resa. Per Rubio l’America sta subendo uno “tsunami” politico. Uno “tsunami” che risponde al nome di Donald Trump, il quale prosegue (quasi) inarrestabile la sua corsa. Vincitore in Florida – chi prende qui la maggioranza dei voti si aggiudica tutti i delegati in palio (99) –, vincitore in North Carolina e ancora nell’Illinois, Trump sta lasciando il vuoto dietro di sé. L’inseguitore Ted Cruz, per quanto distanziato, ora spera che i voti anti-Trump confluiscano dalla sua parte. Difficile che possa bastare a recuperare terreno, se non impossibile. Ma il partito continua a credere in un miracolo e punta, adesso, sul nuovo outsider John Kasich – profilo di conservatore moderato il suo – che ha vinto in Ohio (fondamentale per la conquista della Casa Bianca), Stato di cui è governatore. È uno scenario complesso, quello del Gop, e non si esclude la possibilità di una convention particolarmente ostile a luglio, nel tentativo remoto di contrastare la nomina del tycoon di New York.
Dapprima snobbato, poi osteggiato, oggi ci si interroga da cosa derivi il successo elettorale di Donald Trump. Lui è un conservatore per caso e proprio questo, forse, è il motivo della sua avanzata. Un interessante articolo del New Yorker di alcune settimane fa analizzava il comportamento degli elettori, con ogni probabilità seccati dagli stessi repubblicani, incapaci di parlare un linguaggio al passo con i tempi e di proporre personalità all’altezza. Trump, in sintesi, non vince solo per il suo populismo (che non vuol dire che populista non lo sia), ma perché rappresenta una cesura ritenuta indispensabile al cospetto di una società che procede spedita verso tutt’altra direzione. Molte delle sue posizioni – dalla politica estera al fronte interno – possono apparire talvolta ambigue, ma non così distanti da quelle dei democratici, sebbene parte avversa. Piuttosto, le sue idee sono equidistanti da entrambi gli schieramenti. E la porzione di paese più profonda, che nel frattempo ha smarrito l’ideale del sogno americano, non ritiene opportuno affidarsi a chi ancora tenta di proporre quello spirito (in questo senso il campione era Rubio). Trump parla alla pancia degli elettori e tanto gli basta, almeno fin qui. Che Trump però, nel complesso degli Stati Uniti, sia percepito come parte del problema, certo non come soluzione della mancanza di offerta politica (si pensi alle reazioni, spesso sopra le righe, di fronte alle folle di contestatori ai suoi comizi), lo dimostra anche il recente attacco, seppur velato, di Barack Obama. E nello Utah, dove si voterà a breve, persino Mitt Romney (lo Stato è legato all’ex frontrunner repubblicano) sta affilando le armi, in vista di un ultimo, disperato, tentativo di contenere l’avanzata dell’improbabile “nemico pubblico”.
Tra i democratici Hillary Clinton – che con Bernie Sanders sta facendo fronte comune contro Trump – è sempre più proiettata alla nomination. Il dato interessante, visto il trionfo in tutti gli Stati in cui si è votato in questo secondo Super Tuesday (North Carolina, Ohio e Florida), è che l’ex First Lady non è forte solo al Sud – ipotesi avallata dopo il successo di Sanders in Michigan –, ma sta ottenendo consensi sempre più trasversali. Una circostanza che, in chiave anti-Trump, potrà tornarle molto comoda ancora in futuro.

(anche su T-Mag)