4 maggio 2016

Usa 2016. Cruz lascia, Trump stravince

Con il ritiro di Ted Cruz non c'è più motivo di stare a ragionare su come il Gop possa contrastare l'ascesa di Donald Trump. Perché piaccia o meno ai vertici del partito, sarà il tycoon di New York il candidato a presidente dei repubblicani. Anche l'Indiana ha dato ragione a Trump (circa il 51% delle preferenze), confermando un andamento che con il proseguire dei mesi si è rivelato tutt'altro che passeggero. I 1.237 delegati di cui Trump ha bisogno sono ora a portata di mano in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, soprattutto con il rivale più accreditato ormai fuori dai giochi. Resta in campo John Kasich, che in Indiana si era fatto da parte in nome di quel patto che avrebbe dovuto arginare il ciclone Trump, allo scopo di impedirgli di ottenere il magic number e dare vita a luglio, a Cleveland, ad una convention contestata. Certo è che Kasich difficilmente potrà fare tanto meglio di chi ha sospeso la corsa anzitempo già prima di Cruz (Christie, Bush, Rubio...).
Di recente si è molto discusso della politica estera che potrebbe caratterizzare gli anni di un'eventuale amministrazione Trump. È un discorso che va affrontato perché, sebbene i sondaggi nazionali continuino a dare per lo più Clinton vincente (vedremo questo aspetto più avanti nel dettaglio), non si può prescindere da tale ipotesi. “Prima l'America” è il motto che Trump ha diffuso, sostenendo cioè che niente – compreso l'utilizzo della forza militare – verrà fatto se innanzitutto non favorirà gli interessi degli Stati Uniti. Da un lato c'è il timore di una politica isolazionista – cosa che preoccupa non poco gli alleati europei –, dall'altro traspare la ferma volontà di condurre una strategia più incisiva, in particolare nelle regioni mediorientali, dove è necessario combattere l'Isis e le frange più estreme con maggiore razionalità. Le decisioni di Obama e Clinton, è il pensiero di Trump, hanno portato fin qui confusione e instabilità.
Insomma, ci si riferisce a Hillary Clinton – in contrapposizione a Trump, certo – come al futuro, possibile, comandante in capo. Tra i democratici lei può dirsi infatti certa dell'investitura ufficiale per le presidenziali di novembre, nonostante la sorprendente vittoria di Bernie Sanders in Indiana. Che precisiamo: lo tiene a galla, ma nulla più. Anche perché, visti i risultati, i due pretendenti hanno ottenuto all'incirca lo stesso numero di delegati, il che non pregiudica la corsa dell'ex First Lady. Eppure, ancora una volta, ci si interroga su quanto sia politicamente consistente la sua candidatura poiché non si possono nascondere le oggettive difficoltà incontrate nel suo cammino. Sarà che per la prima volta, a proposito di sondaggi, una rilevazione Rasmussen dà in vantaggio Trump nella sfida a due per la Casa Bianca (41 a 39). Ma anche qui, è il caso precisare: i sondaggi, come osservato in precedenza, continuano a premiare soprattutto l'ex segretario di Stato. Un consiglio, però: è ancora presto, considerata la metodologia dei sondaggi su base nazionale (mentre si vota Stato per Stato), per decretare chi dei due contendenti sia quello favorito. Per questo gioco c'è ancora tempo.

(anche su T-Mag)