18 maggio 2016

Usa 2016. Obbligata a vincere: Hillary Clinton

Hillary Clinton è una donna obbligata alla vittoria. Tale condizione, che da sempre la accompagna e la tormenta, è allo stesso tempo la sua condanna, perché quando ciò non accade – e accade spesso, in verità – le conseguenze sono più dure di quanto non si creda. Essere stata tra le più influenti First Lady di sempre o avere ricoperto importanti ruoli istituzionali, non basta. Non le è bastato nel 2008 quando, da super favorita, ha dovuto cedere la nomina di candidato presidente del Partito democratico a Obama. E potrebbe non bastarle nell'immediato futuro, ora che le cose si stanno complicando più del previsto. Ma una cosa è certa: qualsiasi errore commetta, o qualsiasi scelta compiuta, deriva dal suo pragmatismo. Se scende a patti è perché sa che ne ricaverà qualcosa di buono per lei, per chi le sta intorno, per l'America. Il piglio decisionista le appartiene da prima di fare il suo ingresso alla Casa Bianca, al fianco del marito Bill. Tra quelle mura, semmai, ha affinato la tecnica. Hillary, avvocato di grido, è decisionista per natura e questo la espone molto. Si è cacciata in diversi guai, talvolta suo malgrado, ma è riuscita a uscirne nel migliore dei modi. O, all'occorrenza, a glissare con stile polemiche e attacchi politici. Questa, per lei, è l'ultima occasione di diventare presidente degli Stati Uniti.

LE PRIMARIE DEMOCRATICHE (2008, 2016) 
È la seconda volta che ci prova. La prima, nel 2008, ha avuto la sfortuna di incrociare colui che meglio di altri riuscì, in quella particolare fase, a intercettare il disagio sociale e a trasformarlo in un messaggio di speranza: Barack Obama. Quella fu una competizione anche retorica, con due opposti schieramenti pronti a darsele di santa ragione pur di occupare la parte giusta della storia. O il primo presidente nero, o il primo presidente donna. Ad ogni modo sarebbe stata una prima volta e fu la prima volta del presidente nero. Nel 2016 la sua corsa elettorale, intervallata da un prestigioso impegno nell'amministrazione Obama, è ripartita dal via con tutti i favori dei pronostici. Anche nel 2008 era la favorita, vero, ma almeno quest'anno nessuno ha avuto il coraggio di contrapporsi duramente a lei. Nessuno, a parte un "vecchio" socialista – 75 anni a settembre – di nome Bernie Sanders. Hillary Clinton può godere del pieno sostegno del presidente e, cosa che conta davvero, di una larga maggioranza nel partito. Eppure questo non le ha permesso di divorare in un sol boccone Sanders. In questi mesi è cresciuto il timore, mano a mano che il candidato anti-establishment (per sua stessa ammissione) conquistava vittorie simbolicamente importanti in molti degli Stati chiamati al voto, che l'ex First Lady possa giungere all'appuntamento decisivo di novembre sfiancata (o perlomeno ridimensionata) da una campagna per le primarie più ostica del dovuto. E non mancano i maligni che speculano sugli inciampi qua e là, interrogandosi sulla reale consistenza politica della sua candidatura. Magari vincerà – ora contro Sanders e domani contro Trump –, ma sarà soprattutto per manifesta inferiorità degli avversari.



FIRST LADY
Hillary Clinton ha restituito centralità mediatica alla First Lady. Jacqueline Kennedy prima e Michelle Obama dopo hanno avuto un impatto simile, pur con le loro storie e le loro diverse personalità. È stata capace negli anni alla Casa Bianca (1993-2001) di incarnare in unico corpo diversi tipi di donna: fondamentale sostegno politico per il marito fin dai tempi dell'Arkansas, avvocato in uno degli studi legali più antichi e importanti degli Stati Uniti, madre premurosa, moglie tradita, potenziale attrice di Hollywood. Nel 1992, già prima di diventare la First Lady d'America, il settimanale Newsweek la nominò donna dell'anno, in un anno elettorale in cui le donne conquistarono più seggi al Congresso. Una volta – la famiglia Clinton si era finalmente insediata – mamma Hillary non prese benissimo le ironie di un comico del Saturday Night Live che aveva definito l'allora tredicenne Chelsea “bruttina”, almeno al confronto con i figli del vicepresidente Al Gore: “La gente non ha niente di meglio da fare che prendere in giro una bambina”. Anni dopo Hillary non mancherà di ricordare quanto sia madre “incredibilmente fiera” di sua figlia. Siccome la mamma di Newt Gingrich, all'epoca nuovo speaker della Camera, aveva confessato durante un'intervista televisiva che il figlio aveva definito Hillary Clinton “una donnaccia”, quest'ultima pensò bene di invitare entrambi alla Casa Bianca. Quello che non poteva ancora sapere, invece, è che Gingrich sarebbe stato uno strenuo oppositore di suo marito Bill nel pieno dello scandalo Lewinsky. Da First Lady, ad ogni modo, Hillary è stata capace di mostrare pure il suo lato comico. Ad esempio, in un video del 1995, quando vestì i panni di una poco credibile Forrest Gump (“Mi chiamo Hillary, Hillary Rodham Gump”) – il celebre film interpretato da Tom Hanks era uscito nelle sale alcuni mesi prima, nel 1994 –, in cui raccontava in chiave ironica come risiedere alla Casa Bianca cambi la vita delle persone. Non male per una che nel 1975 sarebbe voluta entrare nei Marines – come lei stessa confidò a un gruppo di soldatesse ricevute nella dimora più famosa d'America nel giugno del 1994 –, rischiando di mandare all'aria il matrimonio con il futuro presidente.

LA PRIMA DONNA ALLA CASA BIANCA?
Nemmeno il tempo di entrare alla Casa Bianca che già si era messa al lavoro per la riforma sanitaria, confermando subito le attese: Hillary Clinton non sarebbe stata una First Lady come le altre. Circa dieci anni più tardi in molti l'avrebbero voluta impegnata per il 2004. Se ne parlò a lungo e le voci erano insistenti al punto che dovette “oscurare” sul suo sito i messaggi dei sostenitori che la esortavano a candidarsi. I democratici non stavano passando un bel momento. Nel 2000 avevano perso per un soffio la Casa Bianca e in seguito avevano preso una seconda batosta alle elezioni di midterm. Nel 1994 c'era stato il remoto tentativo di sviluppare una trama degna di House Of Cards: candidare Hillary alle successive presidenziali anziché puntare alla rielezione di Bill. Persino testate autorevoli – dal Washington Post al New Yorker – diedero risalto al retroscena e riferirono di un gruppo di persone al lavoro sulla strategia, compresa la First Lady che ne avrebbe discusso con i suoi collaboratori. Fantapolitica, certo. Non era fantapolitica quella del 2004, invece, ma la signora Clinton aveva altri programmi. E poi, due anni prima, era stata eletta senatrice dello Stato di New York al termine di una campagna mica facile. Così fu John Kerry a sfidare il presidente uscente George W. Bush. Altri quattro anni di amministrazione repubblicana. Sicuramente le elezioni per il seggio di New York sono state la prova generale, una palestra utile a misurare la simpatia che gli elettori nutrivano nei suoi confronti. L'annuncio della candidatura arrivò nel 1999, quando era ancora First Lady e con l'impeachment ai danni del marito – dal quale, era il mormorio di sottofondo, si sarebbe presto allontanata – da poco superato. Il rivale repubblicano più accreditato era Rudy Giuliani, controverso sindaco di New York. In molti avevano scommesso in una sfida all'ultimo voto e non si escludeva la vittoria di Giuliani nonostante la popolarità di Hillary. Furono piuttosto i problemi di salute a mettere al tappeto Giuliani, che infatti si ritirò dalla corsa. Dalle primarie repubblicane spuntò il nome di Rick Lazio che a breve si sarebbe presentato come il candidato anti-Clinton (da intendersi come la famiglia Clinton), mentre Hillary girava lo Stato da cima in fondo, non transitando nella sola Grande Mela e racimolando nuovi e trasversali consensi.Da senatrice Hillary Clinton ha messo in luce, se possibile più di quanto non abbia fatto da First Lady, quegli atteggiamenti in parte contraddittori che hanno fin qui caratterizzato la sua vita politica. Al fianco delle donne, ma pronta a perdonare – per convenienza, l'hanno sempre accusata i detrattori – il marito fedifrago. Sostenitrice della pace nel mondo pur votando a favore dell'invasione in Iraq, salvo poi pretendere che l'amministrazione Bush si assumesse “la responsabilità di aver fuorviato l'America con false prove”. Nel 2005, inoltre, si presentò in conferenza stampa insieme al “nemico” Gingrich con l'intenzione di promuovere una nuova riforma della sanità. Lo stesso Gingrich che tempo addietro aveva affossato la sua riforma sanitaria, quella che le era stata affidata dal presidente Bill. Ormai contava soprattutto il fine. Hillary Clinton stava gettando le basi per il futuro. Di esperienza ne aveva accumulata e aveva già gestito situazioni particolari, imparando molto della comunicazione di crisi, dal caso Whitewater ai tanti sexgate che coinvolsero il marito. Adesso era pronta. Nel 2005 gli allibratori si sfregavano le mani: la prossima sarà una sfida al femminile, Hillary Clinton da un lato e il segretario di Stato, Condoleezza Rice, dall'altro. Nel 2007 l'annuncio: “Ci sono. E ci sono per vincere”. Non aveva considerato l'astro nascente del Partito democratico, Barack Obama, che evidentemente non era d'accordo.

LA POLITICA ESTERA 
Incassata la sconfitta alle primarie democratiche, decise di sostenere l'uomo del quale più avanti si definirà orgogliosamente sua amica. Quell'uomo, Barack Obama, una volta divenuto presidente degli Stati Uniti ai danni del repubblicano John McCain, la nominerà segretario di Stato. Per capire la politica estera di Hillary Clinton e la visione del mondo, almeno durante il primo mandato dell'amministrazione Obama, sfogliare qualche pagina del suo libro di memorie, Scelte difficili, può essere un buon punto di partenza. Purtroppo non spiega tutto, perché il mondo che Hillary ha conosciuto nei quattro anni da segretario di Stato nel frattempo si è trasformato in qualcos’altro e ti sembra preistoria. Hillary non ha avuto a che fare, non più del successore Kerry almeno, con quei tipi poco raccomandabili dell’Isis. Né Putin – che pure gode delle sue attenzioni – aveva ancora mostrato nostalgie egemoniche verso l’Ucraina più di quanto non sia accaduto in precedenza con la Georgia. Eppure c'è un aspetto da non sottovalutare, quello relativo alle misure di smart power (una commistione di modi rudi e vie diplomatiche per risolvere le dispute internazionali, in pratica una serie di strumenti diplomatici, economici, militari, politici, culturali, con il coinvolgimento di diversi attori del settore pubblico e privato) che l’amministrazione Obama ha adottato nel periodo di suo impegno in prima linea. Nel libro l'ex First Lady ricorda quanto sia stato importante a titolo personale e per il mondo avere incontrato la leader birmana Aung San Suu Kyi e favorito il dialogo tra quest’ultima e i vertici del regime militare del Myanmar. Ricorda i rapporti ambigui con la Cina e i tentativi, spesso andati a vuoto, di mediazione tra Israele e Palestina. E ancora: la crisi in Siria e le dicotomia intervento sì - intervento no. Alcuni spunti interessanti, però, li ha forniti di recente Obama. Nell'articolo del giornalista Jeffrey Goldberg, pubblicato sull'Atlantic con il titolo La dottrina Obama, si scopre che il presidente avrebbe affermato in privato che il suo principale obiettivo in politica estera dopo il lascito di Bush era “non fare cazzate”. In questo senso Obama e Clinton avrebbero avuto divergenze sul da farsi in molti casi. Sulla Siria, ad esempio, Clinton sarebbe stata favorevole all'intervento, mentre Obama ha sempre preferito mantenere un atteggiamento più cauto. Allo stesso modo, nel 2011, Obama si sarebbe lasciato convincere proprio da Clinton e dagli alleati europei sull'opportunità di far cadere il regime di Gheddafi. Il presidente ritiene che sostenere l'intervento della Nato sia stato un errore, non essendo oggi la Libia un paese pacificato.
Non sappiamo se questa possa essere considerata politica estera, ma Hillary Clinton ha promesso che da presidente proverà a rendere noti più documenti possibili su Ufo, alieni e Area 51, la base militare in Nevada in cui sarebbero custoditi segreti extraterrestri. Si dice sia molto informata sull'argomento, nonché un'appassionata.

HILLARY E LE DONNE 
L'aneddoto delle soldatesse alla Casa Bianca nel 1994 spiega molto più del semplice tentativo di arruolarsi raccontato dall'allora First Lady. Quello che in realtà voleva ottenere era dimostrare quanto la condizione delle donne fosse migliorata in due decenni, pur nella consapevolezza che la strada era ancora lunga. Si è sempre schierata a favore delle donne, Hillary Clinton, incurante delle critiche che molte le hanno rivolto nel tempo, dall'alto della sua posizione di privilegiata. Anzi, proprio lei, in Scelte difficili, ricorda le volte che i leader del mondo hanno avuto nei suoi confronti atteggiamenti diversi solo perché donna: “D'altra parte è una triste realtà il fatto che le donne nella vita pubblica debbano ancora essere soggette a un diverso trattamento. Anche l'ex primo ministro australiano, Julia Gillard, ha dovuto affrontare un oltraggioso maschilismo che non dovrebbe essere tollerato in alcun paese al mondo”. Al di là dei distinguo è abbastanza evidente che uno zoccolo duro del suo potenziale elettorato risieda proprio tra le donne, eppure non sono mancate in questi mesi di primarie posizioni contrarie. La modella Emily Ratajkowski e l'attrice Rosario Dawson, giusto per scomodare due tra le più in vista, si sono schierate apertamente a favore di Bernie Sanders. Ratajkowski ha motivato così la sua scelta: “Io voglio che la mia prima presidente donna sia qualcosa in più di un simbolo”.

DIRITTI CIVILI 
Quando nel giugno 2015 la Corte Suprema ha reso incostituzionali le leggi che vietavano i matrimoni gay in molti Stati Usa, Hillary Clinton ha commentato su Twitter in questo modo: “Proud”. Da tempo, infatti, aveva intrapreso una battaglia per la legalizzazione dei matrimoni tra persone delle stesso sesso, in linea con la Casa Bianca. In realtà ha cambiato idea sull'argomento con il passare degli anni, come del resto Obama. Quando i due, insieme ad altri candidati democratici, nel 2007 parteciparono ad un dibattito televisivo sul canale Logo TV, dissero di essere favorevoli alle unioni civili – pari diritti legali, cioè –, ma non ai matrimoni. Ad ogni modo le minoranze e le difficoltà quotidiane della vita sono da sempre un pallino della candidata democratica. Elettoralmente parlando, questo aspetto potrebbe rivelarsi un vantaggio, non fosse altro che l'avversario repubblicano risponde al nome di Donald Trump...
La sfida più difficile per Hillary Clinton – storicamente un suicidio politico per chiunque l'abbia intrapresa – è il contrasto alla violenza legata alle armi da fuoco (in dieci anni, dal 2005 al 2015, sarebbero morte oltre 300 mila persone), il che equivarrebbe ad una più rigida regolamentazione in materia di vendita e concessioni (anche in questo caso in linea con le più recenti posizioni della Casa Bianca). Riuscire in quest'impresa, tra le pressioni della National Rifle Association che promuove il diritto a possedere un'arma da fuoco (sancito dalla Costituzione, è bene ricordare) e i tanti esponenti del Congresso che si metteranno di traverso (soprattutto se a maggioranza repubblicana), sarà certamente proibitivo. Ma lei appare orientata almeno a provarci.

PERCHÉ STAVOLTA POTREBBE FARCELA 
Precisiamo subito: il condizionale è d'obbligo. È vero che da tempo i sondaggi la premiano, ma nelle ultime settimane alcune rilevazioni su scala nazionale – da prendere con le molle poiché si vota Stato per Stato – hanno cominciato a rilevare per Trump un lieve vantaggio nelle preferenze. Il fatto che il rivale sia quel Donald Trump potrà rivelarsi un ulteriore punto a suo favore a patto che parte dell'elettorato conservatore, deluso dalla nomina a candidato presidente del tycoon di New York, decida effettivamente di votare a novembre per lei. Hillary Clinton dovrà però convincere molti scettici. Il caso mailgate – scoppiato quando si è scoperto che da segretario di Stato ha utilizzato un account di posta elettronica privato per comunicazioni legate alle sue attività – è solo uno degli esempi che dimostrano perché un idillio incondizionato non sia mai del tutto sbocciato con i cittadini americani. Non che il cognome da sposata non abbia un peso, ma la cosa non sembra essere un problema, dato che ha fatto sapere di voler restituire al marito “il favore” del primo insediamento: “Se eletta – ha annunciato – darò l'incarico a Bill di rilanciare l'economia”. La famiglia Clinton di nuovo al potere, insomma. Lo scorso anno i pronostici davano per più che probabile il remake del 1992, una sfida tra una Clinton e un Bush (Jeb, fratello e figlio dei due ex presidenti repubblicani). Che i Bush e i Clinton, da allora, siano diventati amici è un aspetto marginale, ma l'idea non ha mai infiammato gli animi dei cittadini statunitensi. Le aspettative, ad ogni modo, sono state disattese. Bush ha ritirato la sua candidatura anzitempo, affermando poi di sostenere Ted Cruz – l'unico che sembrava in grado di tenere testa a Trump –, perdendo anche su quel fronte. Hillary Clinton è (quasi) certa della nomination, ma quanti grattacapi le hanno procurato Sanders e l'entusiasmo che è stato capace di trasmettere ai più giovani. Eppure, mai come nell'anno 2016, l'obiettivo sembra a portata di mano. La sua elezione sarebbe un evento di portata storica. Retorico quanto volete, ma veritiero: dopo un afroamericano alla Casa Bianca si tratterebbe di una seconda “prima volta” consecutiva. La prima volta di una donna alla guida della più grande potenza mondiale.

(anche su T-Mag)