11 maggio 2016

Usa 2016. Tutto e il contrario di tutto: Donald Trump

Tutto e il contrario di tutto. Basterebbe questa espressione per descrivere Donald Trump, candidato repubblicano – l'unico ormai – alla Casa Bianca. L'ultima? Secondo il miliardario di New York i ricchi dovrebbero pagare più tasse. Una posizione che sarebbe lecito aspettarsi da Bernie Sanders e invece no, è Mr. Trump in persona a proporla. Peccato che mesi fa, a campagna elettorale non ancora entrata nel vivo, avesse illutrato una ricetta diametralmente opposta. Il suo obiettivo dichiarato era ridurre il carico fiscale di oltre 14 punti percentuali. A tutti: ricchi, famiglie in difficoltà, middle class, imprese. In occasione della festività del Cinco de Mayo il tycoon ha postato una fotografia che lo ritrae mentre mangia tacos: “Amo gli ispanici!”. Come era cominciata la sua avventura politica tra le file repubblicane? Ah, sì: i messicani che varcano il confine sono “criminali, trafficanti di droga e stupratori”. E ancora, qualche tempo dopo: “Farò un muro lungo il confine con il Messico”.

ESSERE DONALD TRUMP Di recente Obama ha ricordato che “la presidenza non è un reality show”. Chiaro il riferimento al sicuro rivale di Hillary Clinton. Non è facile spiegare il personaggio. A lui, però, essere “The Donald” riesce benissimo. Di Trump è stato detto molto in questi mesi di primarie. Ricco è ricco, egocentrico è egocentrico, gli piace essere accompagnato da belle donne. Di norma parecchio più giovani di lui: l'attuale moglie, Melania (nata Melanija Knavs, germanizzata Melania Knauss, origini slovene, ex modella, asprirante First Lady) ha da poco compiuto 46 anni, 24 in meno del marito. Famiglia numerosa, la famiglia Trump: cinque figli (Donald Jr., Ivanka, Eric, Tiffany e il più piccolino, Barron), tre mogli (Ivana, Maria Maples, Melania). La storia di Trump, in verità, è la tipica storia dell'imprenditore di successo ed è strettamente legata a New York, la sua città. Ma contrariamente alla retorica di cui lui in persona è megafono, il successo lo deve in buona parte al padre, Fred. Quest'ultimo, già negli anni '70, era considerato tra gli uomini più ricchi d'America ed immobiliarista di grido, avendo costruito numerosi appartamenti a Brooklyn destinati al ceto medio. Nel 1971 Donald mirava ancora più in alto e intendeva prendersi Manhattan. Rilevò l'azienda di famiglia, sfruttò il buon nome per ottenere ottime concessioni dalle banche, cominciò una riqualificazione in diverse zone del distretto che in quella fase era in declino. Eppure, un articolo del New York Times del 23 febbraio 2016 dal titolo eloquente (Donald Trump in New York: Deep Roots, but Little Influence), smonta il mito del figlio prediletto della Grande Mela. E non è stato l'unico. In pratica non è tra i migliori immobiliaristi della città, negli altri campi in cui ha lavorato – Trump ha avuto interessi in diversi settori, compreso lo sport – non ha ottenuto la medesima fortuna. Piuttosto è stato abile a rendere il proprio nome un brand. Tutto ciò che tocca diventa Trump, marchio di fabbrica noto ovunque. L'annuncio della sua candidatura è avvenuto a giugno del 2015, in grande stile, nella sua Trump Tower sulla 5th Avenue.
Per non farsi mancare nulla, Trump ha acquisito i diritti dei concorsi di bellezza Miss USA e Miss Universe ed è diventato, dal 2004, volto noto della tv con il reality show The Apprentice, in cui giudica le qualità imprenditoriali e manageriali dei concorrenti in gara. Ha scritto diversi libri e in ognuno di essi non manca di ricordare quanto sia dedito al lavoro, instancabile, capace di rialzarsi nei momenti di difficoltà (come nella crisi del mercato immobiliare dei primi anni '90), un leader nato, amante della competizione. Negli ultimi tempi si è discusso molto del suo patrimonio netto. Bloomberg lo ha quantificato in 2,9 miliardi di dollari, Forbes in 4,1. Ma lui ha chiarito di avere oltre 10 miliardi nel documento depositato alla commissione elettorale federale. DIECI MILIARDI DI DOLLARI scritto in maiuscolo. Caso mai qualcuno avesse dei dubbi.


LE PRIMARIE REPUBBLICANE (IL NEMICO PUBBLICO) New York stava rischiando di essere per Trump un boomerang politico, quando invece ha sorpreso tutti con una risposta che più presidenziale di così non poteva essere. Durante un dibattito televisivo della Fox a Charleston, Ted Cruz – che di lì a pochissimo sarebbe diventato il suo principale avversario – attaccò Trump in quanto portavoce dei “valori di New York”, ovvero “un covo di liberal, abortisti e dei difensori dei diritti dei gay”, non un luogo da dove vengono i conservatori. Ma Trump, prontamente: “New York è piena di gente meravigliosa, compresi conservatori famosi come William Buckley. L’11 settembre del 2001, quando gli aerei dirottati da al Qaeda colpirono le Torri Gemelle, io ero là e ho visto il peggior disastro di sempre. Migliaia di morti, l'odore della morte ovunque. Eppure la gente è stata fantastica, ha reagito come in nessun altra parte al mondo. Ha cominciato a pulire e ricostruire dal giorno dopo. New York è grande e Cruz ha detto una cosa molto offensiva”. Applausi. Lo stesso Cruz ha dovuto riconoscere subito le ragioni di Trump. Che il tycoon stesse facendo sul serio è apparso evidente a inizio marzo, dopo il Super Tuesday, quando fece secchi i rivali, vincendo in sette Stati su undici. Qualcuno si era già ritirato dalla corsa, qualcun altro lo avrebbe fatto più avanti. Tutti spazzati via: Ben Carson, Chris Christie, Jeb Bush, Marco Rubio. La fine dei giochi è avvenuta il 3 maggio, con il voto in Indiana. Ted Cruz e John Kasich sono stati gli ultimi a sospendere la campagna. I due avevano sancito alcuni giorni prima una sorta di patto al fine di contenere l'avanzata di Trump. Il punto è che Trump, il Grand Old Party non lo ha mai digerito del tutto a causa delle frasi spesso sopra le righe e delle sue posizioni non convenzionali, talvolta in contrasto con i valori conservatori. Pur di evitare lo scenario peggiore – lo scenario peggiore riguardava proprio l'investitura ufficiale di Trump – non si stava escludendo neppure l'ipotesi di una convention contestata, cioè di mandare a vuoto la prima votazione per poi “liberare” i delegati dal vincolo e concedere loro l'opportunità di esprimere, a quel punto, la preferenza per altri (brokered convention). Tentativo vano dopo l'Indiana e la sicurezza di riuscire ad ottenere il numero di delegati necessario per acciuffare la nomination.
Trump ha resistito agli attacchi che gli sono giunti da tutte le parti. Prima del voto nello Utah era stato il frontrunner repubblicano nel 2012, Mitt Romney, a definire l'uomo d'affari, nonostante la loro vicinanza peraltro criticata quattro anni fa, “una persona falsa, un impostore e un ciarlatano”. Il centro di ricerca Economist Intelligence Unit ha inserito l'insediamento di Trump alla Casa Bianca nella lista dei dieci rischi per l'economia globale, addirittura più grave dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea. Paul Ryan, speaker della Camera ed ex candidato alla vicepresidenza in ticket con Romney, ha reso noto di non voler concedere il suo endorsement. Gli ex presidenti repubblicani, Bush padre e Bush figlio, non lo sosterranno mentre Dick Cheney è possibilista. L'entusiasta della prima ora, invece, è Sarah Palin, anche lei candidata alla vicepresidenza, ma nel 2008. Anche Rudy Giuliani, già sindaco di New York, suo amico e consigliere. Christie, governatore del New Jersey, è salito invece sul carro del vincitore non appena ha ritirato la propria candidatura, Ben Carson ha fatto altrettanto. Più realista John McCain, che nel 2008 era lo sfidante di Obama: “Bisogna ascoltare le persone che hanno scelto il candidato del nostro partito. Credo che sarebbe folle ignorarle”. Tuttavia, per una collaborazione, sarebbe opportuno che Trump cambi idea sui prigionieri di guerra (McCain lo fu in Vietnam dal 1967 al 1973). Perché questa puntualizzazione? Perché, tanto per non smentire il suo personaggio, una volta Trump ha detto del senatore dell'Arizona: “Mi piacciono le persone che non si sono fatte catturare”.

LA POLITICA ESTERA Donald Trump è un candidato repubblicano sui generis, questo è evidente. Pertanto anche la politica estera che ha in mente è un tema dibattuto, non fosse altro che sull'argomento ha mantenuto spesso un atteggiamento ambiguo. O forse solo prudente, che però nel suo caso riflette in maniera diversa. Di politica estera ne ha riparlato di recente, sottolineando per l'ennesima volta la propria contrarietà alle decisioni dell'amministrazione Obama. A suo dire, infatti, l'America è paralizzata dall'incompetenza degli attuali leader. Gli Stati Uniti – cerchiamo di sintetizzare il pensiero di Trump al riguardo – stanno perdendo terreno su più fronti, dall'economia alle guerre. L'accordo sul nucleare con l'Iran è pessimo e nelle regioni mediorientali le conquiste dell'Isis sono da imputare alla confusione e all'instabilità provocate dalle scelte di Obama e Hillary Clinton (quando era segretario di Stato). Questo, però, non significa intervenire militarmente sempre e comunque, anzi. “Prima l'America” è il motto che Trump ha scandito più volte, sostenendo che niente – compreso l’utilizzo della forza – verrà deciso se innanzitutto non favorirà gli interessi degli Stati Uniti. Questo aspetto, in parte contraddittorio, preoccupa non poco gli alleati europei, che temono per una politica più isolazionista in caso di amministrazione Trump. Da un punto di vista economico, Trump è convinto di poter stringer migliori accordi commeciali, anche con la Cina. Mentre con la Russia è pronto ad aggiustare i rapporti, incrinati nell'ultimo periodo.

BARACK OBAMA L'inquilino della Casa Bianca non è certo persona che gode della stima di Donald Trump. Sull'argomento c'è ben poco da aggiungere. Secondo Trump i mali dell'America derivano dalle decisioni scellerate dell'attuale amministrazione. In un'occasione, quando ancora non c'era certezza del suo trionfo tra le file repubblicane, commentò: “Pensavo che Obama sarebbe stato almeno un grande cheerleader dell’America, un motivatore. Invece ha diviso il Paese, oltre a dimostrare la sua incompetenza in tutti i campi”. La sua battaglia “ideologica” contro Obama va avanti da molto tempo. A settembre 2015, durante un comizio, un sostenitore di Trump affermò che “Obama non è americano, ma musulmano”. Il tycoon non prese le distanze e la cosa non deve stupire. Trump è stato sempre un fautore del movimento dei birthers, che ritiene Obama nato in Kenya e non alle Hawaii come riportato nel certificato di nascita. Tale convinzione lo renderebbe un impostore, un comandante in capo abusivo. Proprio no, Obama non è mai entrato nelle grazie di Trump. Ma c'è anche da osservare che il presidente ha sempre affrontato la questione con disinvoltura, diciamo così.

HILLARY CLINTON Trump e la famiglia Clinton sono stati sempre in buoni rapporti. Più volte sono stati visti insieme negli impegni pubblici e non è un segreto che il famoso immobiliarista ha contribuito in passato ai finanziamenti per le campagne dell'ex presidente democratico, Bill. I retroscena vorrebbero i Clinton alquanto favorevoli alla candidatura dell'amico Donald, al punto da incoraggiarlo in questo senso al fine di smuovere la base repubblicana oggettivamente in difficoltà. Lo scopo non dichiarato, insomma, sarebbe stato quello di mettere scompiglio agli avversari e favorire la corsa di Hillary. Ammesso e non concesso che davvero sia andata così – non c'è alcun motivo per crederlo, sia chiaro – mai i Clinton avrebbero immaginato un successo per lui tanto esaltante. Scherzando – neanche troppo – Hillary ha riferito in passato di essere vicina a Trump per le critiche ai capelli. In politica, è risaputo, le amicizie si rompono e si rinsaldano con la medesima facilità. Spesso Trump è stato dipinto come irrispettoso nei confronti delle donne e nelle ultime settimane Hillary Clinton non ha perso occasione per criticarlo sotto questo aspetto. Il paradosso? Trump ha utilizzato la stessa moneta, definendo la sua rivale in campo democratico una nemica delle donne per essere stata complice – per convenienza, si intende – del marito, “l’uomo che ha più abusato delle donne nella storia della politica”.

ENDORSEMENT Quindi tutti, proprio tutti, contro Trump? Ovviamente no, qualche sostegno vip è giunto a suo favore. In alcuni casi non vere e proprie dichiarazioni di voto, ma aperture al candidato repubblicano. Tipo quelle degli amici Tom Brady, famoso giocatore di football, e Sean Combs (Puff Daddy per gli appassionati di musica hip hop). Poi Mike Tyson, Dennis Rodman, Clint Eastwood e altri. Certo, di contro c'è chi ha ammesso che lascerà il paese in caso di vottoria di Trump, ma questa è un'altra storia.

PERCHÉ TRUMP VINCE (TRA I REPUBBLICANI, ALMENO) Come si spiega il trionfo di Trump nelle primarie repubblicane? Una risposta netta al quesito forse non esiste. Persino i media, con l'eccezione del New York Post e pochi altri, hanno tentato di suggerire strategie che potessero limitare il consenso che mano a mano andava conquistando. All'inizio era plausibile la teoria del voto di protesta, o qualcosa del genere, ora non più. Trump è un conservatore "per caso" e proprio questo, forse, è il motivo della sua avanzata. Un interessante articolo del New Yorker analizzava, tempo fa, il comportamento degli elettori, con ogni probabilità seccati dagli stessi repubblicani, incapaci di parlare un linguaggio più moderno e di proporre personalità all’altezza. Trump, in sintesi, non vince solo per il suo populismo (che non vuol dire che populista non lo sia), ma perché rappresenta una cesura ritenuta indispensabile al cospetto di una società che procede spedita verso tutt’altra direzione. Molte delle sue posizioni – dalla politica estera al fronte interno – possono apparire talvolta ambigue, ma non così distanti da quelle dei democratici. Semmai le sue idee sono equidistanti da entrambi gli schieramenti, è come se avesse intrapreso una corsa da candidato indipendente all'interno del Partito repubblicano nella consapevolezza che al di fuori di uno schieramento politico le chance di vittoria sarebbero risultate decisamente ridotte. Perciò la porzione di paese più profonda, che nel frattempo ha smarrito l’ideale del sogno americano, non sta ritenendo opportuno affidarsi a chi ancora tenta di proporre uno schema trito e ritrito (in questo senso il campione era Marco Rubio). Trump parla alla pancia degli elettori e tanto gli è bastato, almeno fin qui. La partita vera sarà a novembre.

(anche su T-Mag)