14 giugno 2016

Usa 2016. L’eredità politica di Obama

Gli Obama resteranno a vivere a Washington al termine dell'ultimo mandato presidenziale, così da permettere alla figlia Sasha di concludere la scuola superiore. Secondo le indiscrezioni abiteranno in una mega villa – nove camere, otto bagni, 22 mila dollari al mese di affitto –, distante circa tre chilometri dalla Casa Bianca. Solitamente è raro che un presidente resti nella capitale statunitense. I Clinton si trasferirono a New York, Ronald Reagan tornò in California. Anche il predecessore di Obama, George W. Bush, è tornato a casa, nel Texas. A Dallas, per la precisione. Ma il presidente già in passato aveva sostenuto l'opportunità di dedicarsi alla famiglia una volta divenuto ex, evidentemente non stravolgere il percorso scolastico della figlia rientrava nei piani. Cosa farà Obama nel tempo libero è suggestiva curiosità (Bush, ad esempio, si è messo a dipingere e a scrivere libri, ed entrambe le cose le fa piuttosto bene), ma ovvio che in ballo c'è molto più di questo. Che paese lascerà Obama al suo successore? È uno dei temi che interessano maggiormente media e osservatori quando si avvicina un nuovo appuntamento elettorale, soprattutto se a conclusione degli otto anni oltre i quali un presidente non potrà più esserlo, presidente. Dall'altra parte dell'Oceano la chiamano legacy, concetto che noi potremmo incautamente tradurre con eredità. Quale l'eredità politica di Obama, dunque? Spesso si dice che l'ultimo anno di presidenza (non di amministrazione, quella è un'altra cosa) conti poco perché la testa degli elettori è ormai proiettata al futuro, ai candidati e ai loro programmi. Eppure proprio i due presidenti “millennials” hanno rovesciato questo paradigma, anche se per motivi diversi. L'ultimo, poi, è l'anno che definisce la memoria che verrà conservata sui libri di storia. Come ricordiamo, oggi, questo o quel presidente? Obama si è dato molto da fare nel suo ultimo anno. Nel giro di pochi mesi è stato il primo presidente americano a mettere piede a Cuba da 88 anni, avviando il graduale processo di normalizzazione nei rapporti con il regime dei fratelli Castro, nonché il primo a visitare Hiroshima, in Giappone, senza chiedere “scusa” per il bombardamento atomico statunitense del 6 agosto 1945. Un gesto che però, scuse o non scuse, spiega molto in termini di legacy.



HOPE
Una cosa deve essere chiara fin da subito, ora che il terreno di gioco è ben delineato. Se a vincere le presidenziali dell'8 novembre sarà Hillary Clinton, questo articolo avrà allora avuto un senso, pur con i dovuti distinguo e le differenze tra i due ex rivali democratici. Se alla Casa Bianca andrà invece Donald Trump, il mondo che ci lascia Obama potrebbe essere stravolto dalle istanze del tycoon newyorchese. Tanto per cominciare, Trump mirerà a far uscire gli Stati Uniti dagli accordi Onu sul cambiamento climatico – accordi per cui il presidente si è alquanto speso – e, come da lui già annunciato, tenterà poi di affossare (quasi) tutti i provvedimenti dell'attuale amministrazione, Obamacare al primo posto, per concludere con rapporti internazionali più distaccati rispetto al passato. E poco importa che Obama sia impegnato a sottolineare quanto il mondo è preoccupato per una possibile vittoria di Trump. A quel punto la legacy morale non avrà alcun peso. Barack Hussein Obama fece il suo carismatico ingresso nella scena liberal nel 2004, quando aprì la convention democratica di Philadelphia che assegnò la nomina di candidato a John Kerry in vista della sfida con l'allora presidente Bush. Avvocato a Chicago, al fianco degli ultimi e abile oratore, Obama – figlio di un kenyota e di un'americana bianca – incarnò immediatamente un ideale di speranza, circostanza che gli tornò utile anche in seguito. A novembre ottenne un seggio al Senato – il terzo per un afroamericano –, quello dell'Illinois. Di lì cominciò presto la sua ascesa, al punto da annunciare nel 2007, prima di Hillary Clinton, la candidatura alla presidenza. Il suo scopo era riunire una nazione divisa. Dopo otto anni di amministrazione, l'America è un paese più unito? Dell'immagine stilizzata di Shepard Fairey che accompagnò alcune delle parole chiave della sua campagna (Hope, Change, Progress) e delle lacrime di commozione di Jesse Jackson per il primo presidente nero ai piedi del palco allestito al Grant Park di Chicago la notte del victory speech (tuttavia Jackson, che tentò senza fortuna la scalata alla Casa Bianca nel 1984 e di nuovo nel 1988, non aveva mai sostenuto con convinzione Obama) – elementi che contribuirono a creare precocemente il mito –, di quelle rappresentazioni iconografiche, insomma, cosa rimane oggi?

ECONOMIA A STELLE E STRISCE
Una delle principali preoccupazioni di Obama al primo mandato presidenziale fu risollevare l'economia. Suo malgrado, Bush lasciò al successore una situazione economica traballante di cui certo non fu l'unico responsabile. Anzi, tutto ha avuto inizio tempo prima: l'eccesso di liquidità e la bolla della new economy, il taglio del costo del denaro da parte della Federal Reserve (la banca centrale statunitense, Fed), le famiglie americane indebitate, i mutui subprime – prestiti che le banche concedevano per l'acquisto della casa anche se le garanzie di rimborso erano scarse – e la crisi dei mutui subprime perché il sistema non ha retto più. Così, a un certo punto, le banche rischiarono il collasso. Il salvataggio di Bear Stearns si rivelò prodromico, ma fu il 15 settembre 2008, quando Lehman Brothers dichiarò fallimento, che ci si rese conto di quanto fosse grave la situazione. In poco tempo da finanziaria la crisi divenne economica (con ripercussioni in Europa e nel mondo che ancora stiamo pagando), i consumi crollarono e l'occupazione scese di molti punti percentuali: una botta per le fasce più deboli e per la middle class. Bush uscì dalla Casa Bianca con il Pil negativo (-0,3%) e il tasso di disoccupazione oltre il 7% (a inizio 2008 era al 5%) e il quadro peggiorò nei primi anni di amministrazione Obama, con valori in alcuni frangenti prossimi al 10%. Più tardi, mentre l'Europa si apprestava a mettere in ordine i conti pubblici attraverso un rigorismo sfrenato, Obama chiedeva al Congresso di approvare un vasto programma di investimenti così da stimolare la crescita. Ci è voluto del tempo, ma il Prodotto interno lordo nel 2014 è cresciuto del 2,4% (il 2015 ha chiuso allo stesso ritmo) e verso la fine dell'anno il tasso di disoccupazione è tornato a scendere, in costante calo dal 2012, fino al 4,7% (maggio 2016). Oltreoceano i buoni risultati del mercato del lavoro si scontrano tuttavia con l'andamento del tasso di partecipazione alla forza lavoro, ovvero il rapporto tra forza lavoro – occupati e disoccupati in cerca di impiego – e popolazione. Quest'ultimo indicatore ha registrato una discesa già dal 2010, arrivando a toccare i minimi da oltre 40 anni, al 62,4%. È il sintomo di un paese la cui ripresa economica non è risultata sempre omogenea, prolungando lo stato comatoso delle aree più disagiate (il mito di Detroit, capitale dell'auto, è stato tra i primi a cadere con la bancarotta del 2013 e un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 20%, una condizione tale da spingere l'intervento del governo pur di risollevare l'industria automobilistica). Ad ogni modo gli indicatori in risalita dovrebbero spingere la Fed – molto attenta alle dinamiche interne al mercato del lavoro – ad un ulteriore passo in avanti verso una stretta della politica monetaria, avviata a dicembre 2015 con il lieve rialzo dei tassi d'interesse dello 0,25% (cosa che non accadeva dal 2006) e congelata nei mesi successivi a causa del rallentamento del commercio mondiale. Sul fronte finanziario Obama, nel 2010, è riuscito a ottenere la riforma del sistema bancario. In estrema sintesi: più poteri al governo in caso di pericoli, più tutele per i risparmiatori (per inciso: la riforma è stata criticata da diversi avversari politici di Obama perché ritenuta troppo morbida).

TENSIONI SOCIALI
Di certo la crisi economica non ha aiutato. Gli anni di amministrazione Obama verranno ricordati per le proteste, spesso violente, della comunità nera e di altre minoranze. Bush fu accusato di avere abbandonato la popolazione di New Orleans ai tempi dell'uragano Katrina, un evento che scosse non poco gli animi di tanti cittadini afroamericani. Le tensioni non si placheranno neppure con il successore. Febbraio 2012, Sanford, Florida: Trayvon Martin. Agosto 2014, Ferguson, Missouri: Michael Brown. Sono stati i due episodi chiave, ai quali si sono sommati altri casi di razzismo o brutalità poliziesca per cui la gente è scesa in strada. Ancora, nel 2014, Tamir Rice, un dodicenne che in un parco stava maneggiando con troppa disinvoltura la sua pistola giocattolo, venne ucciso a Cleveland, Ohio, dagli agenti accorsi sul posto dopo una chiamata alle forze di polizia perché non assecondò l'ordine di alzare le mani. La fondazione del movimento Black Lives Matter, le proteste di Baltimora, durate giorni dopo la morte di Freddie Gray (2015), il giovane che perse la vita mentre era in stato di fermo, ma anche le manifestazioni a New York, dove alcune settimane prima della morte di Brown c'era stato l'ennesimo caso, il decesso di Eric Garner, un uomo che soffriva d'asma, soffocato durante le fasi di arresto per vendita di sigarette di contrabbando, a Staten Island. Obama non si è negato alle telecamere nei giorni più difficili delle proteste, ufficialmente per cercare di evitare il peggio, in pratica non risparmiando critiche alla polizia (e attirando da destra attacchi pretestuosi, tipo l'essere di parte). Qualcosa stava però cambiando. A New York, ad esempio, dove il sindaco Bill de Blasio ha ridotto lo Stop and Frisk, una delle tante norme varate dopo gli attentati dell'11 settembre 2001, un metodo di sorveglianza che autorizza la polizia a fermare possibili sospetti. Una pratica che il più delle volte ha esaltato il pregiudizio nei riguardi di cittadini afroamericani e ispanici. Ma il problema è più profondo. La questione razziale resta al centro dell'agenda. A Ferguson, per dare l'idea, oltre il 62% della popolazione nel 2014 risultava essere afroamericano, ma alla stregua di altre piccole città con una simile ripartizione sociale e demografica, soprattutto negli Stati del Sud, la rappresentanza nei consigli municipali o negli organi istituzionali è decisamente minoritaria. In molte realtà la disoccupazione e la mancata istruzione rappresentano un ostacolo mica da poco. Obama conosceva bene il contesto già prima di diventare presidente: per quanto “tra i neri gli appartenenti al ceto medio si sono quadruplicati in una generazione” e “dal 1979 al 1999 il numero delle famiglie ispaniche considerate di ceto medio è cresciuto di oltre il 70%”, “permane un divario fra il tenore di vita dei lavoratori neri e ispanici e quello dei bianchi”: lo stipendio medio di un nero “è il 75% dello stipendio medio di un bianco, e quello medio di un ispanico il 71%” (L'audacia della speranza, 2008). Di recente si è a lungo parlato di Flint, una città nel Michigan (non troppo distante da Detroit) che sta subendo un tracollo senza precedenti, con l'acqua inquinata e gli abitanti costretti a non poter svolgere le attività di tutti i giorni, come cucinare o semplicemente lavarsi, a causa della presenza in dosi massicce di piombo e altre sostanze nocive. A quanti hanno accusato il presidente di non aver fatto abbastanza per le minoranze – un paradosso a pensarci oggi, visto che le minoranze sono state lo zoccolo duro del suo elettorato –, Obama ha risposto con alcuni programmi di aiuto e sostegno ai più poveri e agli emarginati. Il più famoso è My Brother's Keeper, il cui scopo è indirizzare i giovani afroamericani e latini verso un'adeguata istruzione.

OBAMACARE
Il maggiore “investimento politico” di Obama è stato senza dubbio l'Affordable Care Act, la riforma sanitaria varata nel 2010. In questo senso l'inquilino della Casa Bianca è riuscito dove altri prima di lui avevano fallito. Il percorso dell'Obamacare – come è stata ribattezzata la riforma – non è stato però semplice. Intanto per l'opposizione decisa dei repubblicani e in secondo luogo perché ha dovuto superare diversi step legali. Più volte la Corte Suprema ha ribadito la costituzionalità della legge che prevede l'obbligo di assicurazione da parte dei cittadini americani, estendendo perciò la platea dei beneficiari e ampliando il sistema sanitario (gli altri programmi previsti sono il Medicaid che sostiene le persone a basso reddito e il Medicare per gli anziani). Prima della riforma le compagnie assicurative potevano “selezionare” i richiedenti, ora sono invece costrette a concedere polizze anche ai cittadini malati o con patologie croniche. In particolare la riforma “sanziona” i cittadini che non intendono sottoscrivere un'assicurazione e impegna lo Stato federale a garantire incentivi fiscali. Per l'amministrazione Obama, oltre che una maggiore tutela alla salute dei cittadini, la riforma rappresenta, nel lungo periodo, un risparmio per le casse federali i cui sprechi in ambito sanitario hanno fatto lievitare la spesa, tra le più alte dei paesi Ocse. In verità l'opinione pubblica non si è schierata a completo favore della riforma, entrata in vigore nel 2013, ma resta il fatto che molti degli oltre 30 milioni di americani che non avevano una polizza, adesso possono accedere alla copertura medica. Sebbene di recente un giudice federale abbia definito “incostituzionali” alcuni aspetti della legge – riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato almeno dal punto di vista legale – è verosimile che il tema tornerà presto ad essere materia soprattutto politica. Hillary Clinton si è detta pronta a migliorare il sistema nazionale, mantenendo la rotta dell'amministrazione Obama (più radicale la proposta del suo rivale alle primarie democratiche, Bernie Sanders, favorevole ad un sistema di tipo universale, sul modello europeo per intenderci). Per Donald Trump, frontrunner repubblicano, la questione è semplice: Obamacare è un provvedimento da cancellare.

LA POLITICA ESTERA E COMMERCIALE
Obama è dal 2009 che lavora per il disarmo nucleare. La visita a Hiroshima gli ha permesso di ribadire con convinzione la sua contrarietà al pericolo di olocausto atomico, come lui lo ha definito. È anche in quest'ottica che l'accordo con l'Iran – secondo molti, tra i quali Trump, un pessimo accordo –, viene giudicato dalla Casa Bianca il miglior compromesso possibile. Una delle ultime mosse strategiche, poi, è stata la revoca dell'embargo sulla vendita di armi al Vietnam (che durava dal 1975). Tecnicamente l'ennesima apertura al fine di normalizzare i rapporti con il paese che in passato fu teatro di guerra, in pratica (e con ogni probabilità) una misura di bilanciamento alle mire della Cina nella regione. Infine il disgelo tra Cuba e Stati Uniti. Sono diversi, insomma, i dossier che l'attuale presidente lascerà in eredità al suo successore. Non dimenticando le ambizioni della Corea del Nord, il capitolo Iran è uno dei più spinosi. Si è lavorato a lungo per permettere al paese di accantonare i propositi di potenza nucleare in cambio del ritiro delle sanzioni economiche, ma il provvedimento per il momento non sembra dare il contributo atteso. Obama ha avvertito che “ci vorrà tempo prima che possa integrarsi nell'economia globale”, ma intanto l'Iran lamenta il mancato rispetto degli accordi, con le banche statunitensi che mantengono determinate restrizioni (e di conseguenza anche molti istituti europei mostrano un atteggiamento che più cauto non si può), bloccando affari e possibili investimenti. E nel 2017 si voterà pure da quelle parti, con il rischio che chi verrà dopo potrebbe rimettere tutto in gioco. Nel 2009 Obama tenne un discorso all'università del Cairo, al-Azhar, tra i principali centri studi sunniti, in cui auspicò un nuovo inizio dei rapporti tra America e Islam: “Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, l'inizio di un rapporto che si basi sull'interesse reciproco e sul mutuo rispetto. Un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell'uomo”. Sembrò, quello, l'inizio di una nuova era, non solo per l'America post 11 settembre, ma per il mondo intero. Nell'occasione, il presidente statunitense ribadì più volte l'esigenza di una pace tra israeliani e palestinesi nella soluzione dei due Stati in cui vivere “in pace e in sicurezza”. Tante le trattative condotte dall'amministrazione Usa, altrettanti i fallimenti. I rapporti burrascosi con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e quelli ambigui con l'Arabia Saudita. L'avanzata dell'Isis e la crisi siriana – una ferita che resta tuttora aperta –, gli attentati di Parigi e Bruxelles. E, forse, quello di Orlando (Florida) del 12 giugno 2016, quando il 29enne Omar Mateen, cittadino statunitense di origine afgane, ha fatto irruzione armato in un locale gay uccidendo 49 persone e ferendone 53. Un gesto folle rivendicato dall'Isis (l'autore della strage, la peggiore dall'11 settembre, avrebbe chiamato il 911 giurando fedeltà al sedicente califfato islamico), che ha inasprito i toni sul tema Islam. La dottrina Obama del “non fare cazzate”, spiegata da Jeffrey Goldberg nel suo lungo articolo per l’Atlantic, non sempre è stata compresa dagli alleati europei, che hanno talvolta sofferto la leadership al rallentatore su alcune, cruciali, questioni. Per dirne una: la caduta del regime di Gheddafi e la situazione in Libia, oggi fucina di jihadisti: un argomento su cui Obama mostrò un atteggiamento prudente, al contrario della sua ex segretario di Stato, Hillary Clinton, sostenitrice delle posizioni più interventiste in Europa. Il presidente ancora oggi ritiene l’intervento della Nato in Libia un errore. Non vanno trascurate neppure le relazioni, mai troppo cordiali, con la Russia di Vladimir Putin, percepita come una minaccia militare smaniosa di pretese egemoniche nella sua sfera d'influenza e nella regione baltico-nordica. In compenso gli Stati Uniti stanno tentando di promuovere una rinnovata politica commerciale tra le due sponde dell'Atlantico. Non sappiamo quando vedrà la luce (e se vedrà mai la luce), ma il trattato di libero scambio tra America e Unione europea (Ttip) è una delle grandi scommesse di Obama, il quale si dice convinto che un eccesso di protezionismo non favorisca la crescita delle due aree al cospetto di mercati emergenti e aggressivi (Cina in testa). L'eventuale accordo, infatti, smantellerebbe l'insieme di regole non tariffarie (ad esempio le norme applicate alle produzioni), riducendo inoltre i dazi doganali. Di recente la Commissione europea ha reso pubblici, pur con specifiche restrizioni, i documenti del Ttip tenuti fin qui segreti (il riserbo massimo è tra gli aspetti più contestati, l'altro è il potere che verrebbe concesso alle multinazionali, “salvaguardate” in caso di leggi o normative che recherebbero loro danno). In definitiva i negoziatori di Stati Uniti ed Europa – che trattano dal 2013 e che hanno non poche riserve sull'applicazione di regole particolarmente restrittive o compromessi al ribasso – presentano distanze siderali e su molti degli spunti al centro delle discussioni – dalla tutela dei prodotti Dop, Igp e Doc all'istituzione dei tribunali speciali – non sembrano disposti a cedere terreno. È certo, insomma, che Obama non vedrà il Ttip realizzarsi ed è abbastanza probabile che così non sarà nemmeno in futuro se alla Casa Bianca alloggerà Donald Trump.

OBAMA DOPO OBAMA
È plausibile che Obama si dedicherà nella sua vita da ex presidente alla lotta al cambiamento climatico. Tutte le sue mosse “preparatorie” spingono a pensare che sarà proprio così. Già ad agosto dello scorso anno presentò un piano volto a ridurre le emissioni dagli impianti energetici. “Niente minaccia di più il nostro avvenire e quello delle generazioni future del cambiamento climatico”, chiosò allora. Il concetto lo ripeterà più volte anche in seguito. Il recente accordo di Parigi – risultato della mega conferenza sul clima (novembre-dicembre 2015), convocata dall’Onu e sponsorizzata fortemente dagli Stati Uniti – è un inizio, timidissimo, ma pur sempre un inizio. È stato sottoscritto da 195 paesi che si impegnano a mantenere modelli di sviluppo virtuosi al fine di contenere nel 2030 l’aumento delle temperature. Tuttavia non sono previste particolari sanzioni, né restrizioni: l’importante è non sforare gli standard in vigore adesso. “Entro il 2030 gli Stati Uniti elimineranno il 32% delle emissioni di CO2 rispetto al 2005”, è stata comunque la promessa di Obama un anno fa. Entrare nei libri di storia appare quasi una peculiarità – primo presidente afroamericano, primo presidente a Cuba, primo presidente a Hiroshima – e un capitolo importante Obama lo scrisse nel 2009 quando ottenne il Premio Nobel per la Pace. La Commissione di Oslo motivò tale scelta con l’impegno del presidente a promuovere la diplomazia internazionale, la collaborazione tra i popoli e la riduzione degli arsenali nucleari. Assegnare un premio tanto prestigioso ad un presidente americano, uno che da poco aveva fatto il suo ingresso nello Studio Ovale e che talvolta deve mandare i soldati in guerra o autorizzare attacchi in diverse parti del mondo (seppure attraverso l’utilizzo di droni), è stata considerata da molti una decisione quantomeno azzardata. In effetti Obama ha cercato di mantenere fede ai buoni propositi, limitando l’invio di militari sui campi di battaglia e diminuendo il numero delle presenze in Iraq e Afghanistan, ma come osservato non molto tempo fa dal New York Times, Obama sarà ricordato anche come l’unico presidente che, partecipando a più conflitti (di fatto sette), è stato in guerra in entrambi i mandati. Il 2 maggio 2011 Obama annunciò alla nazione, in diretta tv, l’uccisione del ricercato internazionale numero uno: Osama bin Laden, la mente dell’11 settembre. Eppure, per sua stessa ammissione, il pericolo terrorismo non è morto con Bin Laden e “oggi il Medioriente è in una situazione ancora più caotica”. C’è poi un ulteriore aspetto, legato in qualche modo alla guerra. La Casa Bianca aveva promesso l’accoglienza sul suolo americano di centomila rifugiati siriani nel 2016. Circostanza che nel frattempo si è rivelata più ostica (finora sono entrate appena 2.500 persone) a causa dei protocolli di sicurezza che le diverse agenzie governative applicano, non facilitando il raggiungimento dell’obiettivo. Un tema, quello dell’accoglienza, che Obama aveva esaltato definendo la cancelliera tedesca, Angela Merkel, “dalla parte giusta della storia”, visti i recenti sforzi della Germania. Molti esponenti democratici del Congresso hanno criticato i ritardi dell’amministrazione, molto più ora che un certo Donald Trump va dicendo in giro cose di tutt’altro tenore.

QUINDI?
Quindi le difficoltà che l’America ha attraversato in questi anni – crisi economica, conflitti sociali, guerre – hanno messo a dura prova il presidente Obama. Molto è stato fatto (l’economia ha ripreso a correre, un po’ per merito dell’amministrazione, un po’ per la ripresa del ciclo produttivo), molto resta da fare (le diseguaglianze restano uno dei problemi più sentiti in America). La volontà di costruire una società più equa (Obamacare) si è scontrata con le convinzioni reali di larga parte dell’opinione pubblica. Sono riemerse le tensioni sociali (povertà, questioni razziali), con sviluppi che non si notavano da tempo. Tuttavia è sotto l’amministrazione Obama che è stata raggiunta la piena applicazione di diritti altrimenti a rischio per l’ingerenza dei singoli Stati, si pensi alla sentenza della Corte Suprema del giugno 2015 che legittima i matrimoni tra persone dello stesso sesso ovunque nel paese (posizione sostenuta, appunto, dalla Casa Bianca). Il mondo non è un posto più sicuro. Le organizzazioni terroristiche si sono evolute e sono in grado di attaccare l’Occidente dall’interno, intrufolandosi tra i comuni cittadini. Un certo grado di “isolazionismo” rispetto ad alcuni specifici scenari ha provocato inquietudine tra gli alleati europei. La strada, insomma, è ancora lunga. Ma Obama ha una carta da giocare: Hillary Clinton. Il pieno sostegno all’ex segretario di Stato – la quale si è dichiarata “onorata” dell’appoggio del presidente – certo è un atto dovuto e allo stesso tempo un modo per provare ad arginare attivamente l’ascesa del candidato repubblicano, Donald Trump. Un’eventuale vittoria di quest’ultimo spazzerebbe via come niente otto anni di politiche obamiane. Al contrario l’ex First Lady proseguirebbe molte delle battaglie fin qui intraprese o appena cominciate, come il contrasto alla violenza con armi da fuoco (intervenendo subito dopo la strage di Orlando, Obama ha ricordato quanto sia “troppo facile procurarsi armi e usarle in scuole, chiese, cinema o altri locali pubblici”). I due, probabilmente, sono meno amici di quanto tengono a mostrare, ma – superate le vecchie ruggini – la stima reciproca permetterà loro di dare vita ad un ticket formidabile. Sono entrambi animali da campagna elettorale ed entrambi, a differenza del 2008, hanno oggi diversi interessi in comune. In casa, ma anche al di fuori, il lascito più grande di Obama potrebbe essere proprio l’elezione di Hillary Clinton. Trump permettendo.

(anche su T-Mag)