1 luglio 2016

Usa 2016. Un socialista a Washington

Era il 2013 e quasi rischiava di rimanerci secco. Una sparatoria nei pressi del Congresso, a Washington, costrinse il senatore Bernie Sanders a nascondersi dietro a un Suv, almeno così riferirono testimoni. Una donna alla guida di un'automobile, con disturbi psichici si sarebbe successivamente accertato, aveva tentato di sfondare alcune delle barriere protettive nell'area intorno alla Casa Bianca, per poi fuggire lungo Pennsylvania Avenue fino al Campidoglio, dove la sua corsa si è interrotta: i proiettili esplosi dai servizi di sicurezza l'avevano ormai uccisa. Tre anni più tardi Sanders, senatore del Vermont, un “vecchio socialista” di 74 anni (75 a settembre), avrebbe annunciato la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti, partecipando alle primarie democratiche. Il campo era stato fin lì poco affollato, del resto nessuno stava mostrando reale interesse a mettersi contro Hillary Clinton. Cui prodest? Nel 2008 la spavalderia del giovane Obama aveva avuto un senso, ma oggi? Ci voleva Sanders, ci voleva.

LE PRIMARIE DEMOCRATICHE
Alla fine il senatore socialista – socialista sul serio, altro che Obama – ha deciso che voterà per l'ex First Lady nelle elezioni generali di novembre. È servito del tempo per farlo capitolare, perché fino all'ultimo ha negato la sconfitta. Ora, chiariamo un aspetto: Bernie Sanders – il quale si diceva convinto di poter fare uno sgambetto a Hillary alla vigilia di voti importanti quali New York e California – non ha mai avuto autentiche chance di vittoria. Anche all'inizio delle primarie, quando Hillary Clinton sembrava già in affanno e il rivale racimolava risultati clamorosi (il quasi pareggio in Iowa, il successo in New Hampshire, le otto vittorie in nove sfide): i superdelegati erano tutti dalla sua parte, accumulando subito un vantaggio ragguardevole da portare in dote alla convention di Philadelphia. Eppure a Sanders va dato l'onore delle armi, perché non solo ha condotto una campagna alla pari in certi frangenti, ma perché ha costretto Clinton a mantenere sempre alta l'asticella. Nell'ideale politico di Sanders, Hillary Clinton rappresenta il male assoluto: sostenitrice di Wall Street, non particolarmente attenta alle cause dei più deboli, amica dei ricorrenti “poteri forti”, insomma parte integrante dell'establishment. Ma in definitiva meglio aiutare lei che Donald Trump, seppure indirettamente. Perciò viva Hillary.

UN PUNTINO ROSSO SULLA MAPPA DEGLI STATI UNITI
Bernie Sanders è (era) l'altro candidato anti-establishment. L'altro, perché il più discusso è Donald Trump. Solo che a quest'ultimo l'impresa di puntare alla Casa Bianca è riuscita – a causa, anche, della lunga crisi del Gop –, a Sanders no. E Sanders è uno che di imprese ne ha compiute. Sulla mappa degli Stati Uniti, per circa nove anni, anche qualcosa in più, la cittadina di Burlington, nel freddo Vermont, è stata l'unico puntino rosso, nel senso di socialista. Sanders, che è di Brooklyn, New York, ha studiato a Chicago, poi a un certo punto decise di trasferirsi lì, a Burlington, circa 40 mila anime, sede della University of Vermont. Strade strette e alberate, case basse, giardini intorno, insomma le tipiche scene dell'America rurale. È in quel posto tanto a nord che Sanders decise di mettere radici, familiari e politiche, diventando l'apprezzato sindaco della città nel 1981, superando a sorpresa l'uscente democratico (con “benedizione” repubblicana), Gordon Paquette. Prima che Howard Dean diventasse governatore dello Stato, rivoluzionasse le campagne elettorali online e fosse nominato presidente del Partito democratico, era Sanders l'attrazione politica del Vermont. Le sue piattaforme programmatiche poggiano su capisaldi che sono i medesimi da quasi 40 anni: pacifismo e l'ambizione di un sistema sanitario di tipo universale, sul modello europeo. Dapprima aderì al Liberty Union Party, poi, da indipendente, fondò la Coalizione progressista, movimento che per un po' seppe camminare sulle proprie gambe, con l'elezione a sindaco di Burlington – nel 1989, dopo che Sanders rinunciò a correre per un quinto mandato – di Peter Clavelle.

UN SOCIALISTA AL CONGRESSO
Arrivare a Washington fu invece più difficile. Ora va bene in provincia, ma promuovere il socialismo nella capitale federale sarebbe stato ben altra questione. Provò ad entrare nel 1988 alla Camera, ma niente. Ci riprovò due anni più tardi e stavolta fece il suo ingresso al Campidoglio: ci rimase per sette mandati consecutivi. Nel 2006 divenne, infine, senatore. Si disse, quando per la prima volta varcò le porte della Camera, che una spinta arrivò dalla NRA, la National Rifle Association, la famosa lobby delle armi da fuoco. Sanders, in passato, si schierò contro la messa al bando delle armi semiautomatiche, ma durante la recente campagna per le primarie – pur non prendendo posizioni nette tipo quella di Obama o della stessa Clinton – si è detto favorevole ad un maggiore controllo. Una volta – era già senatore da alcuni anni – tenne un discorso in aula lunghissimo, otto ore e mezzo: il suo scopo era fare ostruzionismo alla conferma di alcune misure che risalivano all'amministrazione Bush, che prevedevano sgravi fiscali per i redditi più alti. Da convinto pacifista si è battuto strenuamente contro la guerra in Iraq e a favore di un sistema giudiziario in grado di tutelare le minoranze.

IL “SUCCESSO” DI SANDERS (NEL 2016)
Se Hillary Clinton ha potuto rinfacciare al rivale la sua passata contrarietà al bando delle armi semiautomatiche, altrettanto ha fatto Sanders con lei su diversi temi. Compreso l'Iraq, il cui intervento fu votato in Senato dall'ex First Lady. Poi le banche, certo. Mettere al centro dell'agenda cose tipo tassare le speculazioni finanziarie o aumentare il salario minimo ha permesso a Sanders di accattivarsi le simpatie di tanti elettori, soprattutto tra i più giovani. Qualche giorno prima del voto a New York (19 aprile 2016), il senatore del Vermont è riuscito a radunare quasi 27 mila persone al Washington Square Park di Manhattan: un numero elevatissimo e tra loro anche supporter famosi, quali Spike Lee e l'attrice Rosario Dawson. Sanders, poi, ha potuto contare sugli endorsement di diversi personaggi dello star system americano, ad esempio gli attori Mark Ruffalo e Danny DeVito, il rapper Killer Mike (da qualche anno componente dei Run The Jewels) – che lo ha intervistato direttamente dal suo Graffiti SWAG Shop, ad Atlanta, per un colloquio in sei parti –, o la modella Emily Ratajkowski. In compenso – nonostante l'attivismo di Killer Mike e altri campioni dell'hip hop – si dice Sanders abbia avuto un problema con le minoranze, le quali hanno votato durante le primarie soprattutto per Clinton. Eppure, da giovane, Sanders si era dato molto da fare per i diritti civili e per la comunità nera in generale. Ma da allora è passato un sacco di tempo e tutte le cariche elettive ricoperte finora le ha ottenute in uno Stato in cui è difficile incontrare persone che non siano bianche. Probabilmente, oggi che le esigenze sono mutate, Sanders si è trovato meno a suo agio. Tanti osservatori, ad ogni modo, ritengono il “fenomeno” Sanders un effetto collaterale di queste primarie. In altre parole, più che le proposte di Sanders, sono emerse le lacune di Hillary Clinton, troppo establishment per una parte consistente di elettorato, evidentemente deluso dalle politiche obamiane talvolta non abbastanza di sinistra. Nel corso della sua vita politica, Sanders non ha disdegnato aiuti provenienti dal mondo della finanza che tanto avversa in pubblico, ma presentarsi in veste di unica alternativa ai soliti noti gli ha giovato in termini politici, anche se ciò è valso appena il prolungamento della campagna elettorale, non un'ambizione di vittoria tangibile.

E ADESSO?
Ora Sanders ha deciso di votare Hillary Clinton, incitando i suoi sostenitori a fare altrettanto, ma non ha interrotto la sua corsa. Lo scopo è arrivare alla convention di Philadelphia forte dei risultati ottenuti e mettere all'ordine del giorno una piattaforma che sia la migliore possibile per sconfiggere Trump l'8 novembre. Alcune delle misure che verranno discusse rientrano a pieno titolo tra le priorità programmatiche di Sanders, ma un ticket presidenziale è da escludere. Persone dello staff (o molto vicine allo staff) hanno confidato che non è intenzione di Clinton nominare Sanders suo vice (pare, invece, che l'ex segretario di Stato stia comunque guardando a sinistra, nello specifico alla senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren). Nella scelta potrebbero avere influito le divergenze e i contrasti tra i due, le posizioni radicali su alcuni temi (la finanza) e quelle più morbide su altri (le armi). Ma anche l'inconsistenza politica, secondo Clinton e non solo lei, di alcune delle sue proposte, come la scissione dei maggiori istituti bancari al fine di evitare che diventino troppo grandi per fallire, provvedimento che di fatto non è stato mai spiegato nel dettaglio. In più dal punto di vista presidenziale Sanders – nell'ipotesi mantenga fede al personaggio e alla sua storia – potrebbe presto trasformarsi in zavorra. Ne sanno qualcosa i democratici al Congresso, che hanno lasciato accomodare il senatore del Vermont nei banchi vicini, non senza qualche grattacapo di tanto in tanto. Forse il ruolo di vice non sarebbe gradito neppure allo stesso Sanders, che si è sempre definito indipendente rifiutando più volte la tessera del Partito democratico. Alla fine degli anni '80 lodò i tentativi, sebbene falliti, di Jesse Jackson di correre per la Casa Bianca, criticandone tuttavia l'approccio: Jackson era tra le file democratiche che voleva scardinare lo status quo, mentre lui voleva contrastarlo al di fuori, con una nuova formazione politica. Una posizione a cui è rimasto fedele fino ai giorni nostri. Fino, cioè, alle primarie democratiche del 2016.

(anche su T-Mag)