3 novembre 2016

«L’hip hop è grande quanto vuoi renderlo grande»

Era verso fine 2006. All’epoca smanettavo un sacco online, il tempo non mancava. Mi riempivo di musica, ricercavo soprattutto materiale underground e un giorno scoprii per caso che, poco tempo prima, era uscito un disco rap, The Leak Edition Vol. 2, dalle sonorità jazz. Niente di nuovo nel panorama hip hop, ma in quella fase di deriva south – con rispetto, ci mancherebbe, ma insomma: era fuori Hip Hop Is Dead di Nas, si ricorderà il dibattito sul tema – rappresentò per me una ventata d’aria fresca. The Leak Edition Vol. 2 – un disco che resta incredibilmente attuale – era l’album di John Robinson, un artista di New York che non conoscevo, ma che imparai ad apprezzare molto in seguito. Da solista, con il leggendario gruppo Scienz Of Life e nei suoi tanti progetti collaborativi. È stato presidente per qualche anno di un’importante etichetta indipendente – la Shaman Work Recordings (che ha prodotto, tra gli altri, alcuni lavori degli Emanon, di cui Aloe Blacc era la metà del gruppo) – ed è uno di quelli che ha sempre vissuto l’hip hop a 360°, insegnandone i valori ai più giovani in giro per l’America. Sono passati dieci anni da allora e per festeggiare questo personale anniversario ho chiesto a Robinson se era possibile intervistarlo. Persona di una gentilezza rara, non si è sottratto nonostante gli innumerevoli impegni legati alla sua ultima uscita, Water The Plants (aprile 2016).

Grazie John. Per prima cosa, come è iniziata la tua carriera?
È cominciata a New York City. Sono originario del Bronx, sono cresciuto nel Queen’s e nel New Jersey. Vivevo in NJ all’epoca, ero una matricola al college, viaggiavo un sacco a NYC perché era lì il centro di tutto, quindi i posti in cui andavo erano il Nuyorican Poets Cafè, CBGB’s (e altri, ndr). La mia carriera è cominciata quando mi sono avventurato al di fuori, prima era solamente un hobby, scrivevo al liceo o condividevo alcune cose con i miei amici. Ho cominciato a fare sul serio quando ho iniziato ad avventurarmi, frequentare persone e costruire una rete di conoscenze.

Hai lavorato al fianco di grandi produttori – J. Rawls, Flying Lotus, Count Bass D, Lewis Parker, giusto per citare qualcuno – e il jazz in particolare è un genere molto presente nella tua musica. Cosa pensi dell’attuale musica hip hop?
Sicuramente, se penso a tutti i grandi produttori con cui ho lavorato finora, la lista è lunga. Per quanto riguarda il jazz, lo adoro, mi si addice, mi fa pensare su una frequenza diversa rispetto all’hip hop. Di questi tempi sono più ispirato dal jazz, non mi piace sempre ascoltare “nuovo hip hop” perché non voglio essere influenzato dalla musica che già faccio, preferisco prendere una boccata d’aria fresca e ascoltare generi diversi per trarre ispirazione. L’hip hop oggi è grande tanto quanto tu vuoi renderlo grande. La mia vita è fantastica, costruisco valore con persone in “gambissima” da tutto il mondo, condivido i miei sentimenti tra i giovani, vecchi, lo zoccolo duro dei miei fan che mi segue da 20 anni, sono libero e cresco. E vedo di perfezionarmi, di migliorare come business man, come artista e come MC, praticando di più e facendo concerti. Mi muovo costantemente e do una forma alla mia vita nell’hip hop. La mia vita nell’hip hop è fantastica.


Ho ascoltato The Leak Edition Vol. 2 la prima volta nel 2006, all’età di 23 anni. Come ritieni sia cambiata la scena underground da allora?
Credo sia cambiata in molti modi. Da allora ci sono molti più artisti che si sono fatti da soli e che hanno condiviso la loro musica costruendo una comunità in tutto il mondo, sono stati in grado di fare rete, di viaggiare, di produrre la propria musica nella loro stanza, dieci volte di più rispetto a dieci anni fa quando The Leak Edition Vol. 2 è uscito nel 2006, parliamo di dieci anni. Molte cose sono cambiate, ma in meglio: ci sono un sacco di artisti più giovani che hanno capito come mostrare il loro talento, guadagnare popolarità, esibirsi. Parlo di gente come un Joey Bada$$, un Kendrick Lamar o un Bishop Nehru, tutti questi nuovi ragazzi che hanno davvero trovato la loro strada ed è una cosa fantastica. Un altro cambiamento che vedo è nella tecnologia: i social media sono più sofisticati di dieci anni fa, ci è permesso di comunicare e informarci con persone in tutto il mondo in maniera iperveloce, quindi sì, molti cambiamenti, ma in effetti il cambiamento è l’unica costante nell’universo.

Non vorrei una generica definizione di hip hop. Voglio sapere cosa l’hip hop rappresenta per te.
Hip Hop per me è amore e lo dico perché è una forza dinamica sotto forma di cultura che avvicina le persona al di là del colore, credo, religione, filosofia, razza, scuola di pensiero, persone di tutte le provenienze e di tutti i tipi sotto lo stesso ombrello dell’hip hop. È semplicemente la forza più dinamica e potente dell’universo.

Quali sono le principali differenze – per musica e contenuti – tra artisti “mainstream” e artisti “underground”?
Bella domanda. Le differenze sono puramente soggettive. Personalmente credo che molti artisti dell’underground sono più vicini al territorio e a ciò che succede nella politica, nel mondo, alle notizie, cose tipo la violenza nelle loro comunità, la polizia violenta, le elezioni presidenziali che cambiano la politica, le questioni estere, tutte quelle cose a cui l’underground è affine. Nell’hip hop mainstream è diverso, si tratta più di fare festa, di “vendere” alcol, di “vendere” divertimento ed essere spensierati, per cui per loro tutto ciò ha un senso. Sai, l’hip hop è una cosa vasta, è più del ballo, dei graffiti, dei dj, è una cultura, ha un suo linguaggio, leggi e regole proprie, lavoro, ha un pensiero dinamico ed una crescita senza limiti. L’hip hop è eccezionale.

Tu insegni i valori dell’hip hop ai più giovani. Nel frattempo la generazione hip hop è cresciuta ed è seguita in tutto il mondo. A tuo avviso quale deve essere il prossimo step della cultura hip hop?
Secondo me il prossimo step della cultura hip hop è espandersi e diventare cultura da insegnare regolarmente nelle scuole perché è parte della cultura e non perché è cool, perché i giovani di qualunque provenienza a contatto con qualunque area urbana di qualunque parte del mondo, sono in sintonia con l’hip hop e se possiamo collegare le due cose, tutte queste persone possono apprendere, parlare ed esprimersi meglio perché questa è una cultura con cui sono familiari. Questo per me è il prossimo livello. Hip hop non solo come musica, ma cultura, stile di vita, legge, regole, lingua. L’hip hop è tutto ciò.

Già altri artisti, in passato, hanno definito l’hip hop una forma di giornalismo. Pensi che questa cosa sia vera ancora oggi?
È certamente vero. L’hip hop è storytelling, è raccontare storie di grandi persone prima di noi, e raccontarle intensamente così che chi ascolta può immedesimarsi e addirittura farne esperienza, un vero artista hip hop fa questo. Raccontiamo storie e ve le facciamo vivere. Certo che è giornalismo.

Questo è un anno elettorale negli Stati Uniti e di recente si è tornato a parlare tanto di questioni razziali. L’hip hop può avere, ancora oggi, un ruolo determinante nell’educazione dei giovani?
Senz’altro. L’hip hop è uno degli elementi chiavi nella rivoluzione dell’educazione, non solo qui in America, ma nel mondo ed è evidente che deve essere più diffuso. L’hip hop è vasto, è la cosa più grande che mi sia mai capitata nella vita.

Hai lavorato anche in Europa. Quali sono le differenze che hai avuto modo di verificare tra l’hip hop statunitense e quello europeo?
Sento che alcune differenze ci sono, ma anche molte somiglianze. Le somiglianze principali riguardano la produzione, non c’è nessuna barriera linguistica. In Europa, quando vai in UK, solo per il fatto che parlano inglese c’è molta somiglianza nei contenuti e negli argomenti, ovviamente puoi capire cosa dicono. Se sono in Germania, in Giappone o in Italia non posso capire cosa l’MC dice, qui la barriera linguistica c’è, ma il beat riesce a penetrare questa barriera ed è lì che tornano le somiglianze. Sai, noto che molto spesso in Europa l’hip hop ha più rilevanza, perché visto che è una forma d’arte nata qui in US, e che è stata poi esportata, siamo abituati troppo bene e non apprezziamo l’hip hop di questi posti “lontani” tanto quanto la gente che vive lì. Penso che ci stiamo tutti muovendo ad un livello alto, hip hop europeo, hip hop americano, filippino, cinese, Sudafrica. Puoi pensare a qualunque posto e l’hip hop è lì, è una cosa bellissima e potente.

Da presidente di un’etichetta indipendente hai conosciuto in prima persona il lato business nell’hip hop. Come è cambiata nel tempo l’industria discografica?
Penso che l’industria attuale sia la più potente di sempre, perché sai, gli artisti hanno più potere di quanto ne abbiamo mai avuto noi. Adesso si tratta letteralmente di te stesso, che costruisci un seguito di persone che credono così tanto in te da voler spendere dei soldi per venirti a vedere dal vivo, comprare un articolo di merchandising, fare una donazione per una causa tipo crowdfunding, cose che possono sostenere una carriera in un processo organico step by step. Insomma, gli artisti che hanno voglia di dare forma a questo processo, possono farlo con il loro pubblico, che diventa una famiglia. Al giorno d’oggi l’industria musicale è tutta un’altra storia e ha molti più livelli, molti più modi con cui puoi darti da fare: può essere con la voce, o solo strumentale, c’è il licensing, il publishing, addirittura fare dei film. Ci sono modi molto efficaci e sono felice di essere qui e poter condividere le mie esperienze, sperando di ispirare qualcun altro ad andare persino oltre il punto in cui sono arrivato io. Questo è quanto: ara, pianta i semi e innaffia così che possano crescere ed essere migliori di quanto siano oggi.

(anche su Supreme Radio)