8 novembre 2016

Usa 2016. L’America che verrà

Noi ridevamo e scherzavamo quando Donald Trump si metteva alla testa del movimento dei birhters, sfidando il presidente Barack Obama a pubblicare il certificato di nascita in cambio di cinque milioni in beneficenza. Non abbiamo capito, almeno non lo abbiamo fatto per tempo, che quella ostinazione tipica del personaggio, a tratti esilarante, si rivelò per il tycoon – come suggerisce il giornalista statunitense, Jeff Chang, nel suo ultimo libro We Gon' Be Alright – una prima vittoria politica (la Casa Bianca diffuse il certificato nella prima metà del 2011 per placare le polemiche e mettere fine ad una discussione che appariva priva di senso). E abbiamo continuato a ridere e a scherzare quando nel giugno del 2015 annunciò a Manhattan la propria candidatura. Eravamo convinti, e lo siamo stati a lungo, che mai un individuo che per l’establishment intellettuale e istituzionale americano (ma non solo) appariva così poco credibile – troppo one man show e per nulla presidenziale – si sarebbe potuto mettere alla testa del Grand Old Party.

Abbiamo peccato di superficialità, come minimo. In questi mesi è stato attribuito a Trump un successo di facciata, riconducibile alla figura di cittadino americano con reddito medio-basso, poco istruito e razzista. Gli avessimo messo il cappello da cow-boy avremmo completato il quadro, oltre che commettere un grosso sbaglio. Se togliamo le gaffe, certo non poche, del candidato repubblicano, è opportuno allora cominciare a ricomporre il puzzle per accorgerci che ogni mossa, ogni singola mossa, è tutt’altro che figlia del caso. La verità è che Trump è riuscito a raccogliere consensi – uno schema che, pure dalle nostre parti, in Europa, dovremmo conoscere bene – tra i piccoli e medi imprenditori, persone in fondo benestanti, ma messe a dura prova dalla crisi economica e dalla concorrenza sleale di chi dà lavoro a manodopera non qualificata e a basso costo, per lo più immigrati irregolari o sprovvisti dei dovuti documenti.

L'ipotesi di alzare un muro al confine con il Messico – per dirne una delle tante – è una forma di millantato isolazionismo al pari delle intenzioni di rinegoziare gli accordi commerciali internazionali, che il tycoon di New York ha promesso per agevolare imprese e lavoro locali. Uno sforzo retorico per dire: “Io sono dalla vostra parte”. Si potrebbe obiettare: Hillary Clinton ha espresso la volontà di alzare il salario minimo, garantire a chiunque un più facile accesso all'istruzione, estendere la copertura sanitaria, insomma, chi più di lei si è messa dalla parte dei cittadini? Si dimentica sempre quanto l'America sia un paese variopinto e, talvolta, contraddittorio, in bilico tra progressismo e conservatorismo e le molteplici sfaccettature che si fondono tra loro. L'America delle metropoli non è mai uguale all'America rurale, e viceversa.

Razzismo e rabbia c'entrano, eccome, ma non sono gli unici elementi che spiegano perché Trump sia arrivato fino all’ultima sfida, quella decisiva per la Casa Bianca, sbaragliando alle primarie i rivali, da Jeb Bush a Ted Cruz, passando per Marco Rubio. Vista da qui, la campagna elettorale statunitense viene percepita soprattutto come la vetrina della futura politica estera del blocco occidentale – che resta fondamentale a guardare lo scacchiere internazionale, con i tanti nodi da sciogliere e i dossier che l'amministrazione Obama lascerà in eredità al successore –, ma saranno le questioni interne, l'economia in particolare, a spingere il voto dell'8 novembre in una direzione o nell'altra. Eppure, al netto dei casi esaminati, i dati economici degli Stati Uniti – non esaltanti, ma positivi, nonostante il debito pubblico lievitato negli anni della crisi e la Fed alquanto guardinga nel processo di normalizzazione della politica monetaria – potranno favorire la corsa dell'ex segretario di Stato.

In queste ultime ore di campagna elettorale Trump ha definito la sua eventuale vittoria un avvenimento di portata storica, molto più della Brexit. Non a caso le ipotesi “Trump alla Casa Bianca” e “Brexit” comparivano tra i maggiori rischi per il 2016 stilati dalla società Economist Intelligence Unit. I mercati finanziari hanno tirato un sospiro di sollievo quando l'FBI ha annunciato che Clinton non verrà incriminata per il nuovo filone di indagini relativo al mailgate, ma gli stessi mercati finanziari ci hanno abituato ad un'eccessiva volatilità alla vigilia di un qualche evento, per poi stabilizzarsi e prendere le contromisure subito dopo. In più il sistema americano prevede – tra Congresso (che gli sarebbe in larga parte inviso, anche a maggioranza repubblicana) e Corte Suprema – un bilanciamento dei poteri per cui il presidente non può agire da autocrate. La vittoria di Trump, sebbene appaia remota, non rappresenterebbe perciò l'Apocalisse, ma una naturale conseguenza dell'esercizio democratico.

Certo è che nemmeno la vittoria di Trump basterebbe a diradare le nebbie che hanno avvolto la sua immagine nella campagna elettorale. In questi mesi l'uomo d'affari originario del Queens si è mostrato persona particolarmente incline alle iperboli e al declassamento di qualsiasi fact-checking. Secondo un'indagine di Politifact il 60% delle affermazioni di Trump in campagna elettorale sono risultate false. Dunque sarebbero, per quanti non lo hanno sostenuto, quattro lunghi anni con il fiato sospeso.

Allo stesso tempo, neanche la vittoria di Clinton basterebbe all’altra parte dell’America. Perché è chiaro che, per moltissimi, è solo un compromesso necessario per fermare Trump. Non ha acceso le speranze, come riuscirono il primo Obama e il marito Bill, all'epoca. Mai come questa volta gli Stati Uniti si trovano a fare il conto non di chi ha più sostenitori, ma meno avversari. E chiunque vincerà non potrà vivere alcuna “luna di miele”. Dovrà, invece, conquistare il cuore e la testa degli americani dal primo giorno in cui metterà piede alla Casa Bianca.

(anche su T-Mag)