2 novembre 2016

Usa 2016. L’America si prepara al voto

Tra una settimana molti cittadini americani potrebbero presentarsi alle urne più stressati ed esasperati dalla campagna elettorale. La scelta del futuro presidente – Hillary Clinton o Donald Trump – è infatti motivo di ansia per circa il 52% delle persone intervistate dall'American Psychological Association e tanto gli elettori repubblicani (il 59% dei casi) quanto quelli democratici (55%) ammettono che la corsa, che si concluderà l'8 novembre, sta causando loro stress. Sono gli over 70 a risentirne maggiormente (59%), ma anche i millenials (56%) sembrano provati da mesi di promesse, insulti, colpi bassi, minacce, visioni catastrofiche dei due candidati (se a vincere sarà l'avversario). Come spiega il Pew Research Center, i sentimenti negativi sulla campagna elettorale sono aumentati in estate. La quota di elettori che dichiara di sentirsi frustrata è aumentata di otto punti, passando dal 49% di alcune settimane prima al 57%. Quanti si definiscono invece “disgustati” si attestano al 55%, un rialzo del 10% rispetto all'inizio della stagione estiva. Perché un tale stato di agitazione? Perché provare un senso di disgusto? In un'intervista Clinton ha sostenuto che l'eventuale elezione di Trump sarebbe per gli Stati Uniti l'Apocalisse. Trump, di recente, ha accusato la rivale democratica di poter scatenare la terza guerra mondiale con il suo piano per la Siria. Motivi di stress, anche derivassero solo da quisquilie dialettiche, in effetti non sembrano mancare. Sentimenti che si aggiungono ai problemi – questi, sì, reali – di tutti i giorni e che influenzeranno i comportamenti, soprattutto tra gli indecisi. Intanto Donald Trump recupera terreno nei sondaggi dopo la recente riapertura dell'inchiesta mailgate da parte dell'FBI ai danni dell'ex segretario di Stato, anche se da una rilevazione Abc/Washington Post emerge che il 63% dell’elettorato non intende cambiare decisione sul voto. Che tipo di America è quella che si appresta ad eleggere il nuovo inquilino della Casa Bianca? Secondo una ricerca Gallup, tanti cittadini – bianchi, neri o ispanici – ritengono oggi migliorate le proprie condizioni di vita rispetto al 2008. Eppure, spulciando diversi capitoli, si osserva una divisione netta su alcune, dirimenti, questioni.

IL LAVORO, UN TEMA FONDAMENTALE
Il mercato del lavoro statunitense sembra, almeno in apparenza, godere di buona salute. Il tasso di disoccupazione negli ultimi anni si è attestato attorno al 5%, cioè ai valori pre-crisi. L'ex presidente Bush lasciò la Casa Bianca con la disoccupazione al 7%, nei primi mesi di amministrazione Obama era su livelli prossimi al 10%. Verso la fine del 2014 il tasso di disoccupazione, in costante calo dal 2012 grazie all'introduzione di incentivi fiscali per le aziende che assumono a alzano i salari, è diminuito ulteriormente fino al 4,7% toccato quest'anno a maggio. A settembre l'occupazione ha registrato ancora una salita, ma con una crescita dei posti di lavoro inferiore alle stime e un lieve aumento della disoccupazione, ora di nuovo al 5%. Quasi una buona notizia. Già, perché l'indicatore “misura” quanti sono alla ricerca attiva di un impiego, pur non trovandolo. E l'andamento del tasso di partecipazione alla forza lavoro (ovvero il rapporto tra forza lavoro – occupati e disoccupati in cerca di impiego – e popolazione) ha evidenziato una discesa già dal 2010, raggiungendo a un certo punto i minimi da oltre 40 anni (al 62,4%). Un livello che si è mantenuto pressoché stabile, arrivato poi al 62,8% di settembre. Hillary Clinton ha annunciato più volte la sua intenzione di aumentare il salario minimo, mentre Donald Trump ha promesso milioni di posti di lavoro nei prossimi anni, oltre che una rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali che penalizzano le imprese e i lavoratori statunitensi.

RELAZIONI RAZZIALI
L'America degli ultimi anni è stata caratterizzata dalle crescenti tensioni sociali, il più delle volte legate alle questioni razziali. I giudizi sulle relazioni tra persone appartenenti a diversi gruppi sociali possono variare molto. Secondo una recente indagine del Pew Research Center, la maggioranza dei cittadini neri (88%) sostiene che il paese abbia molto da fare prima che la comunità afroamericana ottenga pari diritti con i bianchi (tra questi ultimi la quota di chi la pensa in questo modo scende al 53%), ma il 43% si dice scettico sull'ipotesi che ciò potrà mai avvenire. Il 42% crede che si riuscirà presto a costruire un ambiente paritario, mentre l'8% ritiene già compiute le azioni necessarie in questa direzione. Inoltre l'84% degli afroamericani sostiene che la polizia si comporti in maniera ingiusta nei loro confronti, percentuale che è cresciuta dall'uccisione di Michael Brown e le proteste a Ferguson del 2014. Sebbene sia stato argomento dibattuto in campagna elettorale, con Trump che ha addossato le colpe all'amministrazione uscente, c'è da osservare che il presidente americano non può fare granché in materia, in quanto il controllo delle forze di polizia rientra tra le governance locali, ancora nel 2016 espressione in diverse aree delle disparità razziali. Tuttavia un’analisi New York Times/CBS condotta lo scorso anno spiega che alcuni mesi prima dell'ingresso di Obama alla Casa Bianca il 59% dei cittadini neri definiva genericamente negative le relazioni razziali. Questa percentuale scese subito dopo il successo elettorale dell’allora senatore dell’Illinois, per poi risalire al 68% a distanza di sette anni, il valore più alto dalle rilevazioni che seguirono le proteste di Los Angeles del 1992. La tendenza, solitamente, è quella di creare una dicotomia bianchi-neri. Dati alla mano, invece, anche gli ispanici lamentano in maggioranza (52%, Pew Research Center) episodi discriminanti nei loro confronti. Restano, poi, marcate le differenze salariali. Nel 2015, tra i lavoratori a tempo pieno e part-time, i neri hanno guadagnato il 75% di quanto percepito dai bianchi. E in generale le donne – ma qui siamo nell'ambito del gender gap – hanno guadagnato l'83% rispetto ai colleghi uomini.

COSA PENSANO GLI ELETTORI DI TRUMP E CLINTON
In realtà, molti sono sostenitori di Clinton semplicemente perché non è Trump (32%). E uguale, molti sono sostenitori di Trump perché non è Clinton (33%; l'indagine è ancora una volta del Pew Research Center, settembre 2016). Poi c'è una parte consistente – è il caso di Clinton, che si mantiene sugli stessi valori (32%) – che afferma di tenere in considerazione la sua esperienza. Al contrario il 27% dei sostenitori di Trump dichiara di esserlo perché è estraneo alla politica, nella convinzione quindi che porterà un cambiamento. Dato non trascurabile, che riguarda Clinton. In queste ultime settimane di campagna elettorale anche i giornali più prestigiosi hanno sottolineato un aspetto: la prima presidente donna nella storia degli Stati Uniti rappresenterebbe per il paese una svolta epocale. Per quanto sia vero – e la stessa Clinton ha battuto molto sul tasto, a maggior ragione dopo le polemiche per le frasi di Trump sulle donne –, appena il 4% dei suoi sostenitori attribuisce particolare importanza alla cosa. Quali elementi, invece, preoccupano di più i sostenitori dei due pretendenti alla Casa Bianca? Nel caso di Trump, il 34% risponde il suo temperamento, la sua imprevedibilità, a conferma di come spesso le dichiarazioni sopra le righe del tycoon di New York non siano piaciute neppure agli elettori più intransigenti. È la disonestà – nel 17% dei casi – a impensierire i sostenitori di Clinton: altro tema caldo in termini di trasparenza, che Trump ha utilizzato in più occasioni per attaccare la rivale durante i dibattiti televisivi, in riferimento al mailgate. Segue, con il 16%, la quota di quanti si dicono preoccupati dal passato dell'ex First Lady, specie per i legami con alcune associazioni e Wall Street o l'amministrazione della Fondazione di famiglia al fianco del marito ex presidente, Bill. Niente di nuovo per entrambi, in fondo.

(anche su T-Mag)