18 novembre 2016

Usa 2016. Trump, le elezioni e Facebook

Uno degli effetti più immediati dell'elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti è il dibattito corrente sull'affidabilità delle informazioni online, soprattutto quelle – evidentemente false e tendenziose – veicolate dagli utenti attraverso i social network. Il pensiero, più o meno condiviso, è che "notizie" confezionate ad arte avrebbero aiutato il tycoon di New York a vincere la contesa elettorale. Al contesto sociale è stato già dato un nome: post-verità, a indicare cioè l'epoca in cui le emozioni prevalgono sulla realtà. Facebook e Google stanno correndo ai ripari, modificando la politica relativa alla raccolta pubblicitaria in modo da scoraggiare quei siti che guadagnano sulle migliaia di visualizzazioni e condivisioni di notizie false (clickbait). Per Facebook la sfida è ancora più ostica, considerando gli algoritmi che premiano le notizie – vere o false – con cui gli utenti interagiscono di più. Tutto sommato le analisi del voto (Stato per Stato o sociologiche) ridimensionano la convinzione secondo cui Trump sia riuscito ad avere la meglio su Hillary Clinton “grazie a Facebook”, un equivoco che lo stesso presidente eletto ha contribuito ad alimentare. Dall'altro lato non considerare – oggi – i social media attori fondamentali nei processi di selezione dei candidati è uno sforzo intellettuale altrettanto azzardato. Il messaggio, così disintermediato, raggiunge un numero elevato di persone online e aggira i media tradizionali (accusati, infatti, di avere smarrito la cognizione dell’ambiente circostante). In un quadro che vedeva la stampa, tutta, al fianco di Clinton, la campagna di Trump si è mostrata alquanto abile ad abbattere tali barriere. Il Pew Research Center ha dedicato diversi studi all'argomento durante il periodo elettorale.

GLI AMERICANI, I SOCIAL MEDIA E LE ELEZIONI
Negli Stati Uniti quasi otto utenti adulti su dieci (il 79%; il 68% di tutti gli americani) utilizzano Facebook, un aumento di sette punti rispetto ad una rilevazione analoga condotta dal PRC lo scorso anno. Percentuali minori per Instagram (32%), Pinterest (31%), LinkedIn (29%) e Twitter (24%). Anche sulla frequenza di utilizzo vince Facebook. Sul podio, ma distaccati, Instagram e Twitter. Non dovrebbe perciò stupire se il 62% degli adulti statunitensi dichiara (maggio 2016) di informarsi tramite i social network (e il 18% dice di farlo spesso). Nel 2012, anno elettorale che valse il secondo mandato di Barack Obama alla Casa Bianca, la quota si attestava al 49%. A inizio 2016, per dare il senso della misura, si osservava nel periodo di studio (poco meno di tre settimane) che le notizie sulla campagna presidenziale alla vigilia delle primarie repubblicane e democratiche venivano apprese dalla tv via cavo nel 24% dei casi, dai social media nel 14% mentre i giornali nazionali occupavano gli ultimi posti della classifica (2%). Circa un utente su cinque – siamo a ottobre 2016 – sostiene di avere cambiato idea su una questione politica o su un candidato sulla base di quanto di nuovo ha appreso sui social network, dai tweet sopra le righe di Trump al mailgate di Clinton. Questa mole di informazioni viene spesso dibattuta, commentata, condivisa (ma meno di quanto si creda) e più della metà degli intervistati giudica le interazioni con utenti che la pensano diversamente “frustranti” e “stressanti”.

LA RESPONSABILITÀ DEI MEDIA
Dal quadro emerge un aspetto interessante: il clima teso vissuto online (dibattiti serrati, confronti duri sulle singole vicende politiche o sui candidati), per molti utenti riflette in maniera più ampia l'ambiente politico. Che è stato caratterizzato da colpi bassi, insulti, aggressività di vario tipo. Non si può certo escludere che la creazione di questo ambiente sia ricercata, vista l'immediatezza delle reazioni che sostengono il mormorio di sottofondo. Come dovrebbero comportarsi allora i giornali? Appare una domanda retorica alla luce delle abitudini delle persone e del consumo d'informazione, ma desta comunque curiosità perché illustra (in termini del tutto probabilistici) il tipo di risalto che una notizia secondo gli elettori dovrebbe avere. Si scopre così (l'indagine è stata condotta tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 2016, per lo più prima della scoperta del video del 2005 in cui Trump si lascia andare a commenti volgari sulle donne) che la maggior parte dei sostenitori di Clinton (72%) ritenessero opportuno che i media enfatizzassero le uscite offensive dei candidati mentre quelli di Trump erano spaccati nell'opinione: il 49% era d'accordo, il 45% contrario. In entrambi i casi, invece, si notava una convergenza di vedute nell'ipotesi di affermazioni inesatte dei candidati. Analogamente, ma in quota superiore tra i sostenitori di Clinton, si ritiene che è responsabilità dei media controllare la veridicità tramite fact-checking di quanto sostenuto dai candidati. Diversi elettori hanno poi notato una maggiore copertura mediatica per Trump rispetto a Hillary Clinton.

I CANDIDATI E I SOCIAL MEDIA
Che ad ogni modo sui social media la campagna di Trump si sia rivelata più efficace – da non intendersi per forza in chiave positiva, ed eventualmente unica variabile che davvero può "quantificare" il contributo degli strumenti online al successo del presidente eletto – di quella di Clinton (o di Bernie Sanders) lo dimostra lo studio di 714 tweet e 389 messaggi Facebook dei candidati tra l'11 e il 31 maggio 2016. Dall'analisi è emerso un comportamento abbastanza autoreferenziale da parte di Clinton, più orientato alle comunicazioni ufficiali della campagna. Molto più diretti con i propri “followers” Sanders e, in misura maggiore, Trump. Proprio su Twitter, ad esempio, Trump si è distinto dalla rivale democratica per il numero di retweet della gente comune. E mentre Clinton passava soprattutto i messaggi realizzati dalla campagna, Trump si rivolgeva a media e opinione pubblica.

(anche su T-Mag)