6 dicembre 2016

La lunga transizione nel post ‘900

Il voto del 4 dicembre 2016 sancisce in maniera netta e definitiva, anche dalla prospettiva italiana, la fine del '900. Altri eventi, di recente, hanno suggerito tale esito: la Brexit prima, la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti poi. Forse accostare questi avvenimenti e il referendum costituzionale è stato poco più di un esercizio retorico – davvero esigui i tratti comuni –, ma i tre appuntamenti elettorali hanno al contempo mostrato un filo conduttore che non può essere più sottovalutato.
Mentre i temuti contraccolpi della vittoria del “No” non vengono al momento registrati, né si attendono scenari gravemente nefasti nel breve periodo, in compenso emerge l'esaltazione della società liquida che, nei casi presi in esame, esprime una preferenza che supera qualsiasi forma ideologica o legata ai grandi contenitori politici. Il risultato del referendum costituzionale, nello specifico, rappresenta una sonora sconfitta dei promotori, che tuttavia cela una serie di contraddizioni e paradossi.
L'altissima partecipazione alla consultazione referendaria spiega come il voto sia stato percepito, in larga parte (ma non del tutto), in un plebiscito pro o contro il presidente del Consiglio e il governo. Più dal merito della riforma, l'appeal del voto è derivato dalle modalità con cui si è giunti alla riforma. È in un'ottica soprattutto numerica che si può delineare l'ampia frammentazione che sembra caratterizzare l'elettorato in questa fase.
Matteo Renzi, infatti, ha mantenuto una quota consistente del bacino elettorale conquistato alle europee del 2014, consolidando la posizione tra quanti – un perimetro ben definito – hanno visto nella sua figura una possibilità di cambiamento, ma perdendo la sfida referendaria nel campo avverso, alquanto eterogeneo e in alcuni casi ancora in via di definizione. Non è perciò riuscito a convincere una porzione importante, almeno, dell'altra metà del cielo, obiettivo fondamentale non trattandosi di elezioni politiche.
Molto può essere dipeso dall'impostazione di un'estenuante campagna elettorale, specie all'inizio. In questo senso non va neppure trascurato il contesto in cui si è agito. A dispetto di una narrazione talvolta trionfalistica, la ripresa economica italiana stenta a decollare. I miglioramenti, laddove osservati, sono poca cosa rispetto a quanto la crisi ha dissipato in questi anni. Il tasso di disoccupazione si è attestato nel mese di ottobre all'11,6%, lo 0,1% in più dello stesso periodo del 2015: poco è cambiato – ad esempio – sul fronte del mercato del lavoro.
Se per Brexit e Trump gli elettori britannici e statunitensi hanno voluto tentare il “salto nel buio”, nel caso italiano si è preferito scegliere la macchina usata. Eppure, al netto di qualsiasi considerazione tale decisione comporti – se davvero l'Italia necessita di un quadro politico e burocratico più snello o, semplicemente, di riforme strutturali e incisive che rendano più efficiente il sistema paese –, i risultati dei tre voti sembrano veicolati da un malcontento di fondo che pare sfuggire ai radar dei grandi contenitori politici.
È un segno inequivocabile dell'attuale società, che rischia di rendere poco pertinente con la realtà qualsiasi analisi che si limiti a osservare una dimensione dualistica dei comportamenti elettorali. Il 2016 dimostra che non si vota più solo per convinzioni o appartenenze, ma anche (e spesso) per esigenze e percezioni che si rinnovano di volta in volta.

(anche su T-Mag)