20 gennaio 2017

Trump presidente, Donald e l’America

20 gennaio 2017. Donald Trump è ufficialmente il nuovo inquilino della Casa Bianca. Il presidente degli Stati Uniti è arrivato all'appuntamento non senza polemiche, che subito sono emerse dopo la vittoria elettorale ai danni di Hillary Clinton. Le ultime settimane, poi, sono apparse piuttosto concitate. Le accuse dell'intelligence americana sulla possibilità di hackeraggi orchestrati da Mosca per danneggiare – ma qui il condizionale è d'obbligo – i democratici, interferendo sull'esito del voto di novembre; le nomine controverse nella squadra di governo; il rapporto difficile con i media: sono tutti elementi che hanno contribuito ad alimentare un clima già teso. Anche l'amministrazione uscente ha avuto un ruolo non indifferente, si pensi alla decisione di espellere diversi diplomatici russi alla fine di dicembre, soltanto pochi giorni fa, di commutare la pena a Chelsea Manning, l'analista di intelligence condannata per aver trasmesso documenti riservati (sarà libera a maggio, non nel 2045). Nell'ultimo discorso pronunciato a Chicago, Barack Obama ha rimarcato i successi ottenuti negli otto anni della sua presidenza – dal recupero dell'economia e del mercato del lavoro dopo la grande recessione all'estensione obbligatoria della copertura sanitaria, dal processo di normalizzazione dei rapporti con Cuba all'eliminazione di Osama bin Laden –, ma sarà la storia a decretare gli aspetti positivi (o meno) dell'amministrazione, dato che la materia è alquanto dibattuta (e rientra, a pieno titolo, nella legacy di un presidente alla scadenza di mandato). Ma di Trump, di quello che ha detto e fatto fino adesso, cosa ne pensano i cittadini statunitensi?

Il Pew Research Center ha condotto un'indagine tra il 4 il 9 gennaio in cui ha rilevato che “appena” il 39% degli intervistati approva il lavoro svolto dal presidente eletto per spiegare al popolo americano i suoi piani per il futuro. Una quota maggiore, il 55%, si dichiara invece contraria. Ma c'è da sottolineare, aspetto non trascurabile, che la spaccatura è ancora più evidente tra i due diversi bacini elettorali: il 72% dei repubblicani è favorevole alle prime decisioni di Trump durante la fase di transizione, mentre lo è solo il 13% dei democratici.

In un'intervista al Washington Post, Trump ha affermato che al posto dell'Obamacare – che intende smantellare in tempi rapidi – verrà garantita a tutti una copertura assicurativa, anche se lacunosa è apparsa la spiegazione del come. In più ha auspicato che i repubblicani al Congresso agiscano alla svelta sulle priorità da lui indicate (taglio alle tasse, il muro al confine con il Messico...). Non solo questioni politiche, anche gli interessi imprenditoriali del presidente destano però preoccupazione: il 57% degli intervistati (il 33% molto, il 24% un po') teme che i suoi rapporti con le organizzazioni, le imprese o i governi esteri possano compromettere le sue capacità di servire al meglio il paese. A dicembre, quindi pochi giorni dopo il voto dell'8 novembre, era il 65% ad esprimere (almeno un po') timori per i potenziali conflitti di interessi di Trump.

Nelle settimane che hanno anticipato l'insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti si è molto discusso delle nomine – alcune controverse – che andranno a comporre la squadra di governo. Il segretario di Stato Rex Tillerson, già amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobil, era stato indicato quale uomo vicino al Cremlino per gli affari condotti anche nel recente passato in Russia. E invece nella recente audizione al Senato ha specificato che l'aggressività di Mosca resta “un pericolo”, pur non escludendo la possibilità di collaborare con i russi su questioni condivise. Jeff Sessions, nuovo segretario alla Giustizia, ha invece dichiarato che saprà dire dei “no” al suo superiore, che è contrario al waterboarding (il metodo di tortura utilizzato – ma ora vietato – per ottenere informazioni dai presunti terroristi) e che si opporrà ad una legge che neghi alle persone di religione islamica di entrare nel paese. Questo breve excursus per sottolineare che le risposte raccolte dal Pew Research Center quasi suggerirebbero come tante persone confidino proprio nel giudizio dei collaboratori e di chi farà parte dell'amministrazione al momento di prendere una decisione cruciale per l'America, ritenendo – il 58% – il temperamento di Trump troppo impulsivo. A ottobre 2016, durante le ultime fasi della campagna elettorale, il 69% lo aveva definito “sconsiderato”, mentre il 65% era dell'idea che il futuro inquilino della Casa Bianca sia una persona con una “scarsa capacità di giudizio”.

Secondo un sondaggio Washignton Post/Abc News, che gli assegna il 40% dei consensi, Donald Trump è il presidente con il grado di popolarità più basso degli ultimi anni al momento del proprio ingresso nello Studio Ovale. Nel complesso i giudizi non sono proprio lusinghieri, ma qualsiasi considerazione al riguardo potrebbe risultare ora frivola. Un errore che giornali e analisti hanno già commesso prima del voto, sottostimando il “peso” della sua candidatura. Emergono, tuttavia, differenze di vedute su base demografica e sociale. Il 62% delle donne disapprova il lavoro compiuto da Trump finora per spiegare le misure che intenderà adottare in futuro (solo il 33% si esprime positivamente). Più divisa la componente maschile, secondo il Pew Research Center: il 46% approva il lavoro di Trump e del team di transizione; il 48% la pensa in maniera opposta. La quota degli scontenti sale quasi al 70% tra i neri (69%) e gli ispanici (68%), mentre i pareri dei bianchi sono più equamente distribuiti (46-49). I cittadini più giovani disapprovano il lavoro di Trump in maggioranza rispetto agli over-50, così come quelli più istruiti: niente di nuovo, ricordando le rilevazioni pre-elettorali. Sappiamo come è andata a finire. Ma stavolta Trump dovrà superare i pregiudizi alla prova dei fatti, direttamente dalla Casa Bianca. Twitter non basterà, anche se lo strumento – a suo dire – gli è utile per sconfessare la stampa “molto disonesta”.

(anche su T-Mag)