13 febbraio 2017

L’Europa al bivio

Quale futuro per l'Unione europea? È una domanda indispensabile: se persino Angela Merkel arriva ad auspicare un'Europa a diverse velocità è perché in alcuni ambienti si avverte oggi a maggior ragione il bisogno di rispolverare il vecchio adagio “serve più Europa”. Ma dovremmo allora chiederci: che tipo di Europa?

La stessa Angela Merkel ha però precisato – a seguito dell'incontro con Mario Draghi – che dal suo ragionamento è esclusa l'Eurozona, che invece dovrà continuare ad essere coesa. Il tentativo della cancelliera tedesca di sgombrare il campo dagli equivoci, appurato che l'Europa a diverse velocità esiste già (chi adotta l'euro e chi no), lascia però insoluto un ulteriore dilemma: è in grado questa Europa di dare ai cittadini risposte adeguate su lavoro e welfare e di colmare le distanze tra periferia e centro?

Il recente discorso a Lione di Marine Le Pen, l'introduzione programmatica all'ambita scalata all'Eliseo (sebbene le ultime rilevazioni diano vincente al possibile ballottaggio l'europeista Emmanuel Macron), non è solo un punto di rottura rispetto al passato per la forza politica di cui è alla guida (“Né destra, né sinistra”), ma coinvolge l'Europa secondo le convinzioni di quanti si dichiarano avversi alle attuali politiche comunitarie.

Se l'Unione europea può (e potrà) reggere l'urto della Brexit – troppe cose da un punto di vista storico-culturale non hanno mai ridotto le distanze con il Regno Unito –, altrettanto non riuscirebbe a fare in caso di Frexit, così come auspicato da Le Pen. L'uscita della Francia dall'UE equivarrebbe alla dissoluzione automatica dell'ideale europeo, nonché al fallimento della moneta unica.

Il 2017 sarà un anno fondamentale per il destino dell'Europa, molto più che si terranno le elezioni in paesi chiave quali Francia e Germania, forse Italia. E desta quantomeno curiosità il voto di marzo in Olanda dove il Partito delle Libertà di Geert Wilders, antieuropeista, risulta in vantaggio nei sondaggi.

L'Europa delle opportunità, a detta di molti, si è trasformata negli anni della crisi economica nel baluardo del sistema capitalista, del mercato unico a tutti i costi e a vantaggio di pochi, delle regole più stringenti a completamento di impianti già consolidati, su cui l'Eurozona si è saldamente poggiata.

Il caso della Grecia non è ancora chiuso e le conseguenze sull'economia ellenica – disoccupazione ben oltre le soglie psicologiche e famiglie sul lastrico – sono esiziali. Ma non abbiamo controprove di cosa ne sarebbe stato dell'UE senza l'implementazione di strumenti come il MES (Meccanismo europeo di stabilità) o senza le politiche monetarie espansive della BCE di Draghi.

Mentre il mondo sembra volgere verso un nuovo corso, con l'attuale amministrazione statunitense che plaude all'ipotesi di un'Europa pronta a mutare il proprio assetto, sapere quale visione l'UE intenda adottare è una richesta più che legittima. Una domanda che meriterebbe una risposta rapida alla luce delle sfide presenti e future, dalla lenta – e a geometria variabile – ripresa ai crescenti flussi migratori, passando per le tensioni geopolitiche.

Le spinte antieuropeiste cui abbiamo assistito in questi anni sono frutto di un malcontento diffuso, di cui le istituzioni e le classi dirigenti europee non potranno non tenere conto. L'Europa appare stanca, impoverita e spaventata dalla costante percezione di precarietà. Perciò la locomotiva tedesca, che aveva finora professato una maggiore integrazione nel pieno rispetto delle regole e all'insegna del rigore, rilancia.

Certo, lo fa anche a proprio vantaggio. Quante volte è stata “rimproverata” perché non reinveste il proprio surplus commerciale oltre il limite del 6%? Ma una presa di posizione netta – quasi una constatazione di fatto, tardiva o appena in tempo sarà la storia a stabilirlo – da mettere nero su bianco nella dichiarazione che verrà sottoscritta in occasione del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, è comunque un cambio di paradigma da non prendere alla leggera.

Così come, se a vincere la contesa elettorale saranno i socialdemocratici di Martin Schulz, potrà cambiare radicalmente l'approccio alle politiche economiche comunitarie di Berlino, ma da una posizione pur sempre fortemente europeista. Chissà che la rinascita dell'Europa, per paradossale che ora possa apparire, non passi proprio dalla Germania.

(anche su T-Mag)