28 dicembre 2017

Italia in ripresa, con tanti “però”

L'Annuario statitistico dell'Istat giunge in un momento particolare per il nostro paese, al termine della legislatura e – dunque – alla vigilia di una campagna elettorale che si preannuncia complicata nei toni, nelle promesse roboanti, nei meriti delle questioni rimaste irrisolte anche a causa dell'incertezza politica che potrebbe manifestarsi subito dopo il voto. In generale, il quadro che emerge dall'annuario Istat descrive un'Italia in sostanziale ripresa (tanti i segni "+" che trascinano i diversi indicatori), che è riuscita ad agganciare – seppur timidamente – il treno della crescita (una condizione che ha interessato l'Eurozona nel complesso, complici le politiche monetarie espansive della BCE), ma con tanti “però” che le restano in un modo o nell'altro ancorati.

I consumi hanno registrato un recupero, sebbene con difficoltà: nel 2016 la spesa media mensile familiare in valori correnti è risultata pari a 2.524,38 euro, in lieve aumento rispetto agli anni precedenti (+1% rispetto al 2015, +2,2% nei confronti del 2013, anno di minimo per la spesa delle famiglie e ultimo anno di calo del Pil). Eppure, sottolinea l'Istat, «la spesa media mensile familiare rimane al di sotto dei 2.639,89 euro del 2011, valore raggiunto prima di due anni consecutivi di calo. Un quadro analogo si registra anche per la spesa in termini reali: la variazione dei prezzi al consumo è infatti risultata prossima allo zero sia nel 2016 (-0,1 per cento), sia nel 2015 (+0,1 per cento) e nel 2014 (+0,2 per cento)». La risalita dei consumi deriva dalla ripresa del mercato del lavoro, che tuttavia nasconde ancora delle insidie. Se è vero che i contratti a tempo indeterminato (specialmente nella fase in cui la decontribuzione ha incentivato le assunzioni stabili) sono aumentati è vero altrettanto che nell'ultimo periodo la crescita del lavoro dipendente è dipesa in larga misura dal “boom” dei contratti a termine e, contestualmente, artigiani e autonomi hanno visto di molto scendere i loro livelli occupazionali. Nonostante il calo degli occupati uomini avvenuto durante gli anni della crisi e l'aumento delle donne i divari di genere restano elevati e le fasce di età centrali (che comprendono i 25-49enni) sono quelle che stanno soffrendo di più quando invece dovrebbero essere lo zoccolo duro della forza lavoro.

Ma se il lavoro migliora e i consumi ripartono, i poveri sono diminuiti? Purtroppo non funziona così. La crisi ha lasciato strascichi pesantissimi, tant'è che parole come “ripresa” o “crescita” sembrano troppo spesso usate con una certa dote di eccesso (per restare un momento al mercato del lavoro: il tasso di occupazione generale ha evidenziato un netto trend al rialzo nel 2016, confermato poi nel 2017, ma i valori restano parecchio al di sotto della media europea). “Recupero”, allora, sarebbe il termine più adatto per descrivere l'attuale fase socioeconomica che sta caratterizzando l'Italia. Soltanto poche settimane fa l'Istat ricordava che nel nostro paese sono aumentate le diseguaglianze (territoriali, generazionali...) e che sono oltre 18 milioni gli italiani a rischio povertà o esclusione sociale. La quota di popolazione che vive in tali condizioni è passata dal 28,7% al 30% tra il 2015 e il 2016, segno inequivocabile di una porzione di paese importante per la quale una situazione economica sfavorevole non è ancora lontana e, anzi, resta a tutt'oggi motivo di (potenziale) disagio. L'Ocse, in più occasioni, ha poi ribadito che l'Italia è tra i paesi più vecchi dell'area, con ricadute su produttività e ricambi generazionali per cui per i giovani è sempre più difficile avere un'occupazione stabile. In definitiva – nonostante la risalita degli investimenti (che hanno beneficiato della ripartenza del ciclo economico e di misure ad hoc adottate in ambito comunitario), l'export in salute e l'industria che registra performance decisamente migliori rispetto al recente passato – l'Italia appare vittima di sé stessa, delle sue paure, della sua atavica incapacità di mettere a sistema lo sviluppo, trasformandolo in crescita stabile e duratura. Non stupisce, perciò, l'avvertimento del Censis di inizio mese, nel consueto Rapporto sulla situazione sociale del paese: «Nella ripresa persistono trascinamenti inerziali da maneggiare con cura. Non si è distribuito il dividendo della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore».

(anche su T-Mag)