10 gennaio 2018

Lavoro: il problema è la qualità

Inutile girarci intorno: i dati sul lavoro che l'Istat ha diffuso il 9 gennaio sono “positivi” dal solo punto di vista quantitativo. A novembre 2017, infatti, gli occupati in Italia risultano essere 23.183.000, il livello più alto dall'inizio delle serie storiche (nel 1977), con un aumento di 65 mila unità sul mese di ottobre e di 345 mila sullo stesso periodo dell'anno precedente. Tutto cambia, e quei numeri quasi diventano “negativi”, però, se l'analisi si sposta su un altro piano: quello qualitativo, appunto.
L'argomento, di recente, è stato affrontato in diverse occasioni su queste pagine. Ciò che emerge in maniera netta dagli ultimi dati Istat è il contributo – massiccio – alla crescita dell'occupazione che deriva dall'incremento dei posti di lavoro a termine. Nella composizione dei nuovi occupati (dipendenti) negli ultimi 12 mesi il 10% è a tempo indeterminato, il 90% è a termine. Le motivazioni di una tale discrepanza – escluse le altre differenze che minano la qualità dell'occupazione (chiaro riferimento, tra gli altri possibili, alle differenze di genere o territoriali) – possono essere ricercate in diversi fattori, a cominciare dalla trasformazione del mercato del lavoro che sta investendo anche l'Italia (mentre è più evidente in altri paesi), una fase di cambiamento che non va necessariamente contrastata, ma ad ogni modo governata per non lasciare nulla al caso. Quella della flessibilità è una condizione – di riforma in riforma – che in Italia nel corso degli anni ha portato in dote un grosso equivoco: gli impieghi sono aumentati ed è contestualmente cresciuto il numero delle persone sottocupate, lavori stagionali e bassi stipendi. Alcuni elementi (ore di lavoro in meno) sono a tutt'oggi un retaggio della crisi economica. Altri dipendono dall'evoluzione – tecnologica e non solo – delle mansioni e delle competenze richieste, per quanto possa apparire una contraddizione in termini al cospetto di un mercato del lavoro sulla carta sempre più esigente. La situazione, in questo modo, ha favorito il fenomeno dei working poors, testimoniato infine dall'incremento delle persone a rischio povertà (non a caso è aumentata anche l'incidenza di coloro che vivono in famiglie a bassa intensità lavorativa). Confimprenditori ha messo in guardia per il futuro più immediato. Con la fine degli incentivi e il costo del lavoro che tornerà a crescere potrebbe verificarsi un'inversione ad “u” dell'andamento osservato negli ultimi anni. Sullo sfondo, insomma, resta quel significativo divario dei livelli occupazionali: +0,3% in un anno dei lavoratori a tempo indeterminato; +18,3% di quelli a termine.

(anche su T-Mag)