18 gennaio 2018

Le elezioni? «Si vincono o si perdono con le emozioni»

Giuseppe Musmarra è tra le persone che oggi in Italia riesce a produrre contenuti politici di maggiore efficacia su Facebook. Giornalista di lungo corso, ha lavorato in vari quotidiani e agenzie di stampa. Scrittore, poeta, blogger di Huffington, dove si occupa con vasto seguito di analisi politica indipendente, è stato tra i pochi – si ricorderanno i pronostici sballati ancora a poche ore dal voto statunitense del 2016 – a prevedere l'elezione di Donald Trump. Il suo linguaggio nella comunicazione politica è innovativo e tra i più originali nel produrre interazioni, emozioni, coinvolgimento, consenso. Ha, per scelta, un approccio ai social atipico, distante dai tecnicismi di cui diffida. Per la seconda volta, dopo qualche anno, T-Mag ha deciso di scambiare qualche parola con lui in occasione della imminente campagna elettorale, per parlare del suo lavoro e fare il punto su una questione sempre attuale, ormai da diverso tempo: quanti voti riesce a spostare una campagna (di qualità) condotta online?

L'algoritmo di Facebook sembra essere diventato il nemico quotidiano da battere per chi fa comunicazione social. Vale anche per lei?
Figuriamoci se so cosa è un algoritmo, se non so nemmeno avvitare una lampadina. Vedo tra l'altro tante società di comunicazione integrata che propongono prodotti di assoluto livello. Io mi occupo solo di contenuti, di coinvolgimento, e diffido per istinto della forma senza sostanza. Vicino casa c'è una pasticceria che produce dolci troppo belli per essere veri. Ma un dolce può permettersi di essere sfacciatamente bello solo se è buonissimo. Se è bellissimo e poi come gusto normale, a me diventa antipatico. Preferisco a quel punto la brutalità della pura sostanza. Questo per dire che tante pagine Facebook sono patinate ma frigide, ben confezionate ma non empatiche, prive quindi di qualsiasi impatto, di qualsiasi utilità.

Come si veicola un personaggio? Come si imposta una campagna?
Per il tipo di approccio che ho io, metodologicamente non convenzionale, si imposta soprattutto cercando di cogliere i bisogni emotivi dell'universo elettorale di riferimento. Si imposta mentendo il meno possibile e prestando più attenzione possibile alle persone. Vanno bene le rughe, le imperfezioni, gli errori e anche i refusi, che considero di tanto in tanto anzi indispensabili. Il nemico è la perfezione apparente, perché produce freddezza. Va benissimo il dubbio, anche lo sporadico sconforto, va male la boria, la presunzione. Bisogna poi evitare la fidelizzazione politica. Molti miei colleghi finiscono col fare il tifo ideologicamente per il cliente che in quel momento seguono. Lavori per Renzi? Allora scrivi quanto è bravo Renzi e quanto sono incapaci gli altri. Lavori per Salvini? Allora scrivi filippiche sui temi più cari al leader della Lega, tipo l'immigrazione. Considero invece l'indipendenza di giudizio l'unica salvezza possibile. Possiamo lavorare solo se ci riserviamo la possibilità di dirci di tanto in tanto che stiamo facendo una cazzata. Mi occupo spesso anche di analisi politica indipendente proprio per preservare il cervello dal rischio della fidelizzazione.

Se non è l'algoritmo di Facebook, qual è allora il principale nemico del suo lavoro?
I politici che pensano di dover parlare esclusivamente di politica. Una noiosa, micidiale sciocchezza.

In che senso?
Nel senso che per rendere efficace un messaggio politico molto spesso è indispensabile parlare d'altro, la politica deve arrivare in maniera subliminale al cervello e al cuore della gente. Del resto, al massimo un dieci per cento delle persone si occupa di politica. Parlare solo di quello significa autorestringersi, limitarsi, come voler pescare a mare solo nel dieci per cento delle acque e avere la presunzione di prendere tutti i pesci.

E il miglior alleato, invece?
La libertà nel lavoro e la fiducia che si riesce a conquistare. E il sense of humour nei rapporti personali. E non dimenticare mai che la vita è anche un gioco.

Ricordo alcuni anni fa quando si parlava di campagne elettorali online, di come avrebbero sempre più - nel futuro - potuto condizionare l'esito di un voto: libri e libri sull'argomento, corsi universitari, analisi dei singoli fenomeni. Il caso italiano, però, è davvero particolare: dati alla mano (Istat, Censis...) la cara, vecchia tv pesa ancora per oltre il 90% ed è la prima fonte di accesso alle informazioni. Come la vede da addetto ai lavori?
Guarda io credo che la realtà sia una torta. Hai bisogno di tutto: pan di spagna, crema, fragole. Il segreto non è la sciocca rivalità tra gli ingredienti, ma la calorosa complementarietà delle soluzioni.

Da giornalista ed esperto di interazioni online, come giudica questo spauracchio delle fake news? Spesso si fa molta confusione tra quelle che sono notizie false e quella che è la “post-verità”, tema di cui tanto si discusse l'indomani dell'elezione di Trump. I politici hanno spesso una “versione alternativa dei fatti” da proporre ai cittadini, così tutto rientra nel calderone. Può dirci qualcosa sull'argomento che non sia stato già detto?
Il mio personale punto di vista è che non contino nulla, essendo null'altro che un prolungamento dello strumento del pettegolezzo maligno e inventato, che però è sempre esistito e al quale puoi credere o no. Io per esempio ho orrore dei pettegolezzi, mi angosciano, cambio sempre discorso. Altri li amano. Per le fake news è uguale: se ci credi è segno che ci volevi credere. Non si vincono le elezioni con le fake news, non si vincono nemmeno facendo la guerra alle fake news. Le elezioni si vincono con le emozioni e si perdono con le emozioni: è questo il tema centrale, da molti sottovalutato.

Come vede la prossima campagna elettorale?
Io amo lavorare e anche in questo caso lavorerò per persone e non per partiti, e per persone di partiti diversi in città diverse, la qual cosa mi aiuta a mantenere indipendenza di giudizio e un occhio presente su mondi differenti. Ciò detto, la vedo male per il Pd, bene per Berlusconi. Credo però che una piccola sorpresa arriverà da Potere al popolo. Mi piace da matti la loro narrazione. Davvero bravi.

Come giudica la comunicazione di Renzi?
Molto ben confezionata, ma irritante. Credo sia seguito da persone di assoluto valore. Ma irritante è lui. Lui e i suoi record: «Come siamo bravi di qua, come sono figo di là». Tra l'altro i risultati del suo governo e del governo Gentiloni sono oggettivamente buoni, riuscire a stare così antipatico alla gente è davvero incredibile, è il vero miracolo italiano.

Salvini.
Noto recentemente un'ansia da prestazione, un nervosismo che non giova.

Di Maio.
Sbagliato attaccarlo sui congiuntivi, tanti elettori li sbagliano e lui così conquista simpatie tramite un elementare processo di immedesimazione.

Gli errori da non fare?
I troppi manifesti, archeologia dispendiosa da eliminare La freddezza e la tendenza a fare la lista della spesa delle cose fatte. Tutti pensano di aver fatto chissà che. Non amo nemmeno gli eccessi di comunicazione, e anzi ritengo che sovente la miglior forma di comunicazione possa anche consistere in uno sporadico silenzio. Quando hanno inventato il pianoforte ha avuto successo perché si suona piano e si suona forte. Se suoni sempre forte non sente più nessuno.

Come si giudica sui vari social?
Normale con punte di qualità su Twitter, una sostanziale nullità su Instagram, su Facebook invece probabilmente in questa fase nella comunicazione politica non ho rivali. Non ho rivali perché frequento luoghi non frequentati da altri, che tecnicamente sono molto più capaci di me. Ma bisogna anche un po' diffidare della tecnica, secondo me è un inganno, un colossale inganno. I tag, gli hashtag sono cose molto lontane da me. Più Magna Grecia, meno algoritmi.

Per chiudere parliamo della poesia. Quanto conta nel suo lavoro?
La poesia è la cosa più concreta che esista. L'unica verità che possediamo. Per il mio lavoro è fondamentale. Potrei forse vivere senza poesia, ma senza poesia non potrei mai lavorare, e capirai che sarebbe un casino.

(anche su T-Mag)